‘A pazziella ‘n man’ ‘e criature

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Ricordo a coloro che passano più o meno casualmente da queste parti, che c’è sempre la possibilità d’acquistare direttamente da me alcune mie pubblicazioni.

L’elenco completo e aggiornato dei titoli disponibili lo trovate alla pagina Bookshop, sennò scorrete questo post e avrete una scelta di testi.

Per eventuali richieste, o anche semplicemente per ulteriori informazioni, potete usare il modulo che trovate nella pagina suddetta, contattarmi su Telegram, oppure scrivere una mail a: mangone.carmine@gmail.com

IMPORTANTE! > Se avete problemi di liquidità, siete disoccupati o nel caso di altre faccende spiacevoli del genere, non esitate a chiedere uno sconto o a propormi voi stessi un’offerta responsabile per avere i libri che v’interessano.

Alcuni titoli che vi consiglio (seguendo il relativo link, potete aprire una pagina di approfondimento):

René Char, Comune presenza, accompagnamento alla lettura di C. Mangone, Nautilus, 2025, 14 euro;

Carmine Mangone, Qui la vita, qui gioisci, Ab imis, 2024, 10 euro;

C. Mangone, Nostra Poesia dei Lupi, Nautilus, 2022, 4 euro;

Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno, a cura di C. Mangone, Eretica edizioni, 2021, 13 euro;

C. Mangone, Vieni: tumulto, carezza, con illustrazioni di Simone Lucciola, stella*nera/Ab imis, 2019, offerta libera;

C. Mangone, L’insurrezione che è qui, Gwynplaine, 2017, 15 euro;

Marco Castagnetto [illustraz.], C. Mangone [testi], Tutto il nero che trabocca, Ab imis, 2016, 8 euro;

C. Mangone, Fuoco sui ragazzi del coro, Nautilus, 2014, 3 euro;

C. Mangone, Quest’amante che si chiama verità, Gwynplaine, 2014, 10 euro;

C. Mangone, Così perdutamente umani, Nautilus, 2010, 3 euro.

In braccio a un vento intarsiato d’ali

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Prima sezione del mio: Il corpo esteso del possibile, Ab imis, 2026, ebook gratuito. Opere: Luca Ponsato.

 

 

Io scrivo nella tua attesa.
Le mie parole sono la fiducia che non ti abbandona.
Ogni interrogazione del mondo mi solleva e ti ricorda.

 

 

Non si salpa verso la bellezza di domani. Si parte semmai dalla bellezza di oggi.

Sere invernali in cui accendo il fuoco bruciando i rami secchi della poesia.

L’olivo è sempre l’ultimo ad assopirsi. Sentinella delle colline, dirimpettaio del mare incelebrato, mi chiama ogni giorno al radicamento, alla tana, alla potatura ferma del dicibile.

Stelle svogliate, benvolute: ho una nuova indecisione da sabotare.

«Tesa è la costellazione del Solitario» (René Char).

Sotto il cielo, non sentirsi mai sopra.

L’orizzonte, questa dimora ingenua dell’alba che ci prende in consegna al limitare d’un sorriso inverecondo.

Non abbiamo ali, non ancora, per abbandonare la casa delle pesature dove smarrimmo la nostra prima ingenuità.

Tutte queste parole, come un mazzo di speranze avvizzite, sono l’intralcio passeggero che mai e poi mai ci potrà vietare una traduzione della notte.

Accogliere la misericordia del freddo che ci induce a cercare una chiave del fuoco e a trasmettere le scintille decisive per la germinazione.
Respirare la piena delle cose.
Attendere le notti di novilunio per sfregiare la decadenza degli occhi.
Sentirti in me come un crampo del destino.

Sotto il cielo, perdonare le ali manchevoli e salutare il bene che si fa indeterminazione affettuosa del decollo che sarà.

Nel combattere l’astrattezza tendenziale di ogni pensiero, la parola può solo essere l’accordo tra la voce e la meticolosità di ogni possibile abbraccio.

Ebbi talmente paura, del desiderio che poetizzavo, da mancare ogni amore a portata di mano. Stoltezza di chi cerca refrigerio e durata tra le vampe di una poesia che finisce per moralizzare anche la febbre.
Oggi, invece, ben altrimenti, io posso dire: la poesia è stata l’ottusità di un me che volle bagnarsi più volte nello stesso fiume.
Diga ingenua, perversa. Sanguinamento di circostanza delle mie stesse parole.

Se ogni cosa di questo mondo valesse la pena, la nostra vita finirebbe per diventare un’incessante fuga in avanti. Daremmo importanza anche al superfluo, anche al malsano. Nulla di più ottusamente santo.

Rimpicciolire Dio fino a farlo diventare una libellula, una scintilla, un respiro.

Le chiome degli olivi interpellate dal vento di libeccio, una foglia di alloro nelle lenticchie che sto cuocendo…
La pioggia, gli aromi, la sicurezza d’un tetto finalmente compresa.

Un bel giorno m’accorsi d’aver esaurito le parole. Non significavo più lo spalancamento ancora possibile, bensì la parata, il giardino zoologico delle incombenze. Mi toccò retrocedere fin sulla linea di quello che era stato il mio primo sussulto; riprendermi l’ingenuità, la voglia di terra tra le mani, la gioia sempreverde di chi non ha nessuna intenzione di darla vinta alla mestizia.

Far mia la comodità ancestrale di tutti gli animali che hanno fiducia in me.

Non si finisce di morire. Non si finisce di pretendere un’innocenza.

Scrivere liberamente, restando all’erta, senza più alcuna pretesa di passato.

All’arrivo della tormenta, bisogna lottare per le mani calde e la testa innamorata.
Nulla sarà cenere, se la carezza di domani avvampa il corpo dell’attuale.

Si può ritenere vero soltanto quel sapere che regali al conoscitore un accordo confidente con ciò che egli impara a conoscere.
La conoscenza è una forma di amicizia nei confronti del possibile.

Se la vita è la principale misura di ciò che conosciamo, nonché il sommario storico-biologico delle calibrazioni convenienti di corpo e spirito, allora la nostra propensione a eccedere i percorsi mappati è ciò che ci conduce a non spegnerci in una stasi securitaria.
Incessante approssimazione verso la pregnanza di base del cosmo. Costruzione di una omnipoesia dell’esistente, di una poesia che abbracci ogni dettaglio della potenza affettiva del diveniente.

La memoria è un purgatorio.
Non si può vivere in debito o in credito col passato.
Ciò che abbiamo vissuto (i ricordi, i rami secchi del pensiero) andrà adeguatamente potato.

Movimento delle unicità per oltrepassare il due e ricomporre le separazioni. Tumulto redento. Stupore. Sentiero del disgelo che depone a favore di quelle ghiande che portino già in sé il futuro querceto.

La com-unicità è l’estensione in cui le singolarità imparano ad amare il proprio divenire seppellendo le separazioni storiche sotto l’albero della conoscenza.

La ricerca, il viaggio tra i ripari: vedere l’universo scaturire da un sorriso; apprendere la gioia della necessità dal seme che germoglia; lanciarsi dal margine dei nostri nidi in braccio a un vento intarsiato d’ali.

 

Carmine Mangone, “Il corpo esteso del possibile”, Ab imis, 2026

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Io scrivo nella tua attesa.
Le mie parole sono la fiducia che non ti abbandona.
Ogni interrogazione del mondo mi solleva e ti ricorda.

(…)

La mia voce è la cura degli incastri nel
muro a secco di un verbo che non vuole franare.
In poesia,
bisogna tener fede anche alla parola non data.

* * *

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* * *

Miei cari amici, mie care amiche, è con grande piacere che vengo a regalarvi una mia nuova opera, Il corpo esteso del possibile, la quale, come molte delle precedenti, si presenta in guisa di testo strutturalmente e stilisticamente ibrido, a metà tra poesia, scrittura aforistica e tenzone filosofica.
Aperto da un esergo con citazioni di Spinoza e dell’anarchico francese Emile Henry, nonché da un «parafulmine» introduttivo che ironizza sul metodo impiegato, il testo si compone di ventuno sezioni e procede per frammenti, versi brevi, riflessioni critiche e improvvise incursioni nel quotidiano.
Il cuore dell’opera è un’interrogazione radicale (la mia ormai consueta questione) sul senso stesso del fare poesia. Mi vado sempre domandando, infatti, se ciò che ancora chiamiamo poesia non abbia ormai detto abbastanza e se non sia nuovamente (o finalmente) il caso di mettere in discussione quelle dinamiche poetiche, sovente di carattere letterario, che s’accontentano di rappresentare il mondo (la «fontana di foglie» che rimpiazza l’albero reale…) nell’incapacità di partecipare concretamente alla sua migliore trasformazione.
La mia posizione è sempre la medesima, ed è piuttosto netta: io ricerco e difendo una relazione diretta con le cose; di conseguenza, faccio mio o almeno tento di mettere nero su bianco un «dire in corso» che non si fermi alla mediazione estetizzante. Da qui la diffidenza verso una lingua «inorganica», nata dalla repressione del linguaggio originario dei corpi, e l’ambizione a una omnipoesia che abbracci ogni dettaglio sensibile del nostro segmento di divenire.
Il pensiero, appunto per questo, si rivela qui affettuosamente spinoziano: il corpo, «atto a moltissime cose», è la sede della conoscenza. Da un tale punto di partenza (e di non ritorno), il pericolo maggiore, per chi cerca un senso della vita e della morte, è la stasi, l’attesa, l’accumulazione inerte e inerziale di parole morte.
Il possibile poetico di ogni vivente, per quanto mi riguarda, non è un orizzonte lontano, indistinto o storicizzato, ma un’estensione dell’esperienza quotidiana; qualcosa che ci abita già nel presente, nel corpo, nella nostra presenza autocosciente.
Finiscono dunque per riverberarsi in quest’opera, e non certo a caso, i concetti chiave che hanno caratterizzato il mio pensiero degli ultimi anni: com-unicità, esperienza poetica, sapienza erotica, amicizia verso il limite – limite che non è mai una «terminazione», bensì un «invito latente» a nuovi sconfinamenti, a nuove incarnazioni del saper vivere.
Detto questo, e invitandovi a procurarvi l’eBook a uno dei link elencati sopra (è gratis!), non posso che augurarvi una fertile e critica immersione tra le mie parole.

Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.

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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Più di questo non possiamo morire

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Tre poesie tratte da: Carmine Mangone, Il corpo esteso del possibile, Ab imis, 2026. Fotografia: Henri Cartier-Bresson.

 

 

13

Non ho bisogno di Dio per voler bene agli alberi,
né ho bisogno dei poeti per
alzare gli occhi e moltiplicare le stelle.

Amica o nemica dell’aria,
avemmo in sorte una voce.

Con essa,
disputammo l’azzurro al fumo,
agli uccelli,
alle migrazioni,
e ne facemmo un tetto per
accampare i limiti del mondo.

Un cielo quasi impeccabile,
se l’incidente non fosse la vita.

 

14

Fare in modo che il libro si
scriva nel desiderio che provo per te.

Il libro è il corpo che non abbiamo mai avuto;
memoria di una carne fatale,
di un tumulto che si riverbera stancamente ai
confini del giorno.

Più di questo
non possiamo morire.

 

21

Quando le ferite smettono di parlarci, il loro silenzio diventa un cuscino.

La mancanza non sottrae; si limita a rovesciare come un guanto la nostra ignoranza del mutamento.

 

A differenza del corpo,
le parole sono stanche.

Anche le stelle
si sono rotte il cazzo dei poeti.