Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Disattendere tutto

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[ Frammenti confluiti in: Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle (Ab imis, 2026). La fotografia è di Francesca Woodman. ]

Ci siamo mossi. Eravamo davvero convinti dei passi che facevamo. Però non siamo andati poi così lontano. Il mondo che credemmo a portata di mano è scomparso insieme a una parte delle nostre idee sulla trasformazione, sulla poesia, sull’amore. Poco male. Le idee non esauriscono il movimento reale del possibile e non potranno mai essere il fermo-immagine normativo del nostro divenire; lubrificano i meccanismi della volontà, ma non è detto che riescano a tenere al caldo le mani, gli occhi, le gambe.

La poesia verbosa è finita. Tornate alla luce. Scrivete soltanto per annientare le scritture inutili, superflue, ottusamente letterarie. Date aria alle parole. Trasformate l’idea stessa di trasformazione. Non fatevi deformare dalla negazione; non cercate di comprimerla dentro una frase, un verso, una vita. La vostra presenza non sarà mai completamente o perfettamente dicibile. Fate pace con l’indicibile. Dimenticatelo. La Terra si muove. Le stelle muoiono. Io, voi, non sempre.

La macchina sociale – la società con le sue macchine e le sue macchinazioni – irretisce le nevrosi di un’umanità infantilizzata dalla miserabile opulenza del capitale e le funzionalizza, le incanala nell’incessante rilancio di un desiderio senza più progetto.
La mancanza di un progetto produce il deperimento dei corpi, delle parole, e fa del disavanzo una costante degli scambi emozionali.
Ogni separazione coatta tra i viventi valorizza allora l’infertilità delle passioni logorate dal consumo frenetico delle merci e diffonde sempre più le dinamiche depressive del «bicchiere mezzo vuoto».
La depressione è la vittoria dell’insufficienza emozionale e di relazioni nate già morte, ma è anche lo stadio ultimo dell’isolamento.

Una distesa inerte. Un astigmatismo del desiderio. Una visione allucinatoria del possibile.
Il deserto, l’oltre.

Non ci resta che disattendere. Disattendere tutto, anche la depressione. E respirare, traspirare, cospirare. Inutile scavare nella sabbia. Le oasi sono poche, affollate. Cosicché ci tocca ricreare il temerario, costruirci delle ali di cera, evacuare dal mondo dell’opinione i nostri desideri migliori e inventarci una presenza che sia del tutto aliena e inconvertibile.

Laureana Cilento, 18-19 luglio 2025 (continua – 1).

I nomi dell’amore non possono più tradirmi

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Malgrado la provvisorietà di ogni desiderio, il tuo esserci continua a scrivere in me ciò che la morte ancora non riesce a leggere.

Tra le pieghe del possibile, cerco una donna che mi conduca fino alla morte di tutte le parole: un amore che non si chiami più amore; una trasparenza che tenga in scacco ogni perversione della luce.

Il tuo pensiero più nudo mi fa sentire come un querceto che invochi il fulmine al cospetto dell’alba.

Se la dimora è l’abito, la soglia non può che essere il denudamento di ogni pensiero.

Volevo una donna che mi dicesse: «Hai pensato abbastanza. I nomi dell’amore non possono più tradirti. Sei finalmente libero».

Inutile il libro quando la parola è priva di sesso.

L’idea del silenzio è solo un modo per credere alla pace di tutte le parole, ma il corpo, almeno allo stato di veglia, non fa che rigettare senza posa ogni piega metafisica che occupi la mente.
Le radici dell’olivo non hanno mai avuto bisogno di una nostra idea della radicalità.

La terra culla i semi e continua ad amarli anche nell’eventuale sbandamento della germinazione. Tu sei la terra. Noi siamo il seme.

 

Laureana Cilento, 12-15 marzo 2026. Foto (dall’alto) di Ton Dirven e Aaron Knight.