Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.
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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.
Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]
[ Recensione di Roberto Bellassai, EvarcoNews, 10 luglio 2024. ]
Carmine Mangone, Qui la vita, qui gioisci, postfazione di Anna Coluccino, 2024, Ab imis, 112 pagine, 10 euro.
[ Copertina in cartoncino patinato con plastificazione opaca, interni in carta avorio uso mano da 90 grammi e rilegatura a filo refe. Libro fuori dal circuito commerciale. ]
Le fotografie in prima e quarta di copertina sono di Nella Tarantino.
Per richiedere copie del libro, usate il form della pagina Bookshop, scrivete alla mail mangone.carmine@gmail.com, oppure contattatemi su Telegram. P.S.: aggiungete sempre un contributo minimo di due euro per le spese postali.
Libro acquistabile anche presso:
Libreria Lo Straniero, via Vanchiglia n. 36, TORINO
Libreria Argo Libro, via Mazzini n. 22, AGROPOLI (Salerno)
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[ Estratti dall’opera: ]
Imparare la gioia sottraendosi alla tentazione d’impartirla. La gioia si accoglie, si riconosce, si partecipa. Non la si predica, né la si costringe impunemente dentro un metodo vincolante. Ha a che fare col galleggiamento in pieno sole, non con gli abissi. Ci serve ad accarezzare le asperità della vita, non a smussarle. È il frutto di un’alleanza, di un’amicizia, non di una subordinazione. (…)
Rimbaud scriveva che l’amore va reinventato. Oggi però abbiamo bisogno di un sovrappiù d’impegno, perché va ripensato anche il reinventare, lo stesso desiderio di reinventare. D’altronde, ciò che ancora ci ostiniamo a chiamare amore, preso da solo, isolato cioè dal divenire di un’intelligenza comune, non basta e non può più essere sufficiente, soprattutto oggi, soprattutto nell’epoca della liberalizzazione dei costumi sessuali. Occorre ripensare la potenza dell’eros. Occorre inventare un nuovo genere per l’affetto, una nuova avventura affettuosa contro la stanchezza e la decadenza pornografica dell’amore. Non si tratta però di ricostruire un patetico decoro dei sentimenti o di ricostituire una mitica unità androginica, bensì di riappropriarsi di quell’indecenza che ci farebbe tornare ad essere toccanti, affettuosi, al di qua della trita dialettica legge/trasgressione: un’indecenza da assumere (e da assolvere affettuosamente) facendone l’annientamento tendenziale di tutte le separazioni sociali che ormai ci vogliono subordinati pornograficamente alle nostre paure, al nostro narcisismo, al nostro potere d’acquisto socialmente determinato. (…)
I corpi emergono continuamente dal fondale del possibile come grumi di materia affettiva. Maschio, femmina: sono idee storiche della densità emozionale umana. Il divenire insidia ogni convenzione, ogni regolamentazione degli affetti. L’unicità delle relazioni gioca contro le abitudini di pensiero. Si può fare l’amore con qualsiasi elemento del cosmo. Ogni corpo ha una sua capacità di poesia. Bisogna tentare, farsi tentare. Le paure si fanno da parte a ogni tocco affettuoso. Non tutte le erezioni sono autoritarie. Non tutti i pensieri dell’uomo si rivelano erettili. Ciò che si chiama erotismo, dunque, è un insieme polimorfo di dinamiche amorose. Proprio per questo, occorre liberarsi degli ispessimenti culturali e morali venutisi a stratificare intorno al pensiero erotico. Anzi, per quanto possibile, bisogna liberarsi del pensiero erotico storicizzato in modo da far spazio a una vera e propria sapienza erotica, ossia a un’intelligenza affettuosa, toccante, capace di creare unioni di godimento tra i viventi, vale a dire comunità di scopo e di cuore in cui la finalità (il talento condiviso) sia un godimento che non istituisca dipendenze, subordinazioni, autorità. (…)
Quando pianti un albero o raccogli un cucciolo per strada, il suicidio si allontana, la morte si scansa ancora per un po’, e tu allora puoi darti un modo per ammirare l’albero che cresce, il gatto che ti occupa il divano, le tue rughe sempre più numerose che sorridono al mondo. Si vive per costruire dei momenti in cui la tua stessa morte possa in qualche modo morire senza trascinarti con sé; costruire una morte che impari ad attendere e che non ossessioni le tue attese. Una tale costruzione non è la ricerca di un disamore, di un distacco, né il conseguimento di una fantomatica “pace dei sensi”, bensì la consapevolezza di ciò che si compie andando incontro, ancora e sempre, a ogni età, in ogni gioia e con ogni paura, a tutti i possibili della propria potenza di vivente irripetibile. Io pianto alberi e metto in connessione col mondo una parte della mia potenza. La trasmetto. La restituisco. Assaporo l’intensità che mi giunge dalle risposte che mi dà il mondo e ne faccio un rilancio di vita, anche quando so bene che non potrò mai comprenderle del tutto, anche quando riconosco che le sto già tradendo con una mia nuova interrogazione. La potenza viene dalla storia del mio sangue e dal fatto che io giungo a perdonarlo (a perdonare il Padre, la Madre) senza sentire la necessità di un’espiazione. Questa potenza viene a bussare al mio corpo e mi trova pronto a spogliarmi di ogni risentimento, di ogni morte inutile. Non è mai stato facile, intendiamoci, ma la pratica ostinata di una poesia ancora possibile, insieme all’Altro che riconoscevo e che mi riconosceva, anche se al buio, anche se con l’acqua alla gola, mi ha tolto dall’imbarazzo di asservirmi a un’idea di salvezza pateticamente singolare. La poesia: quest’affetto per il volto effimero della soddisfazione che io dico così malamente e che mi tira per il braccio invitandomi a ridere di ogni mio tentativo di stabilità; questa “cosa” che mette in comune stelle e fango, amore e insurrezione, e che niente potrà mai dire o fare contro la mia voglia di riconoscere una tenerezza persino alle pietre su cui inciampo. (…)
Mi rendo conto che è quasi un anacronismo scrivere di alberi, gioia, affetto. Le parole mancano o raffreddano i corpi. L’umano fallisce sempre più riccamente. La poesia stessa viene intesa dai più come una forma patetica di accumulazione incoerente del senso. Eppure, i fiori della borragine, i polloni indisponenti dell’ulivo, mi vanno ricordando l’adiacenza dell’essenziale che andrebbe ancora detto e di tutti quei corpi che riescono pur sempre a fiorire nonostante la rabbia di una terra che calpestiamo senza rispetto. (…)
Senza la tenerezza, non è la mia insurrezione, non è il mio amore. (…)
Il mondo non va abbandonato o rianimato. Il mondo va abitato con affetto. I semi hanno sempre e ancora una chance. Nascere è giocare con questa chance, giocare col nulla da cui veniamo. Un dispetto della materia nei confronti dell’eternità. L’energia si addensa lungo una sequenza di stati stupefacente, in parte imprevedibile, a tratti incauta, e la luce d’un corpo emerge improvvisamente dal fondale dell’universo. Ecco. Un gatto randagio compare alla porta. Una sconosciuta ti sorride per strada. La conoscenza imbandisce le sue costellazioni per fare amicizia con la notte. Nulla è vano. Nulla è necessario. Accogliamo o costruiamo concatenamenti per sentirci parte di quel movimento che si prende cura del cosmo facendoci morire insieme alle stelle. Ci teniamo sul bordo di una lacrima. Ci consegniamo a forme di radicamento che non tradiscano la terra. Di giorno, lavoriamo alla morte. Di notte, concediamo una nuova vita alla fiducia e contiamo di non subordinare il risveglio a una qualche stupida vanagloria. L’ignoto ci prende per mano, non alla gola. L’affetto è una nebulosa di stelle bambine. L’ultima parola non esiste. (…)
Non ci si accampa in corpi sfavorevoli. Non si sosta in un corpo troppo isolato. Se il desiderio ti accerchia, elabora una tenerezza che rompa l’assedio. Vi sono affetti che non vanno addomesticati. Vi sono amori da congedare prima che divengano delle truppe d’occupazione. Ci si unisce all’Altro non solo lungo la strada di casa. I territori della vita e della morte vanno affrontati con una buona dose di responsabilità e gentilezza. Nel mondo dell’affetto, la subordinazione non è mai una virtù. Coltivare la compiutezza, non la totalità. Privilegiare gli eventi, non le cose.
[ 3 aprile 2018: recensione su Goodreads di Rosa Maria Cerone ]
Un libro denso, singolare, già a partire dal titolo chilometrico, che raccoglie poesie erotiche, aforismi e brevi riflessioni creando un percorso di lettura stimolante, “accorato”, lungo il quale sciorino i miei tic, le mie pretese, i miei entusiasmi. Sessantanove testi – numero nient’affatto casuale – che attraversano criticamente (e gioiosamente) tutto lo spettro del discorso amoroso, unendo una verve tipicamente surrealista all’asciuttezza formale di uno Jabès o di uno Char. Senza perdermi in lirismi inutili, ho cercato di coniugare qui passione e tenerezza evitando le ovvietà del romanticismo o di un certo libertinismo rincretinente. Proprio per questo, mi sento di consigliare il volume agli amanti dell’erotismo più spinto, ma soprattutto a coloro che fossero ormai stufi di una poesia edulcorata e autoindulgente. In appendice, un bel saggio sulla poesia di Filippo Pretolani.
Carmine Mangone, Se questo si chiama amore, io non mi chiamo in alcun modo, con un saggio di Filippo Pretolani, Ab imis, 2018, 114 pp., ISBN 9780244972073.
Il libro può essere acquistato in digitale su< Kindle Store >
Di seguito, alcuni estratti dal libro. Buona lettura. P.S.: il corpo astrale in copertina è l’asteroide 433 Eros. 😉
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Il tuo corpo nudo è sempre una vertigine, perché spezza l’oscenità del mondo e costruisce un senso là dove tutto mira ad abolire ogni distanza, ogni doppiezza. Tu ti spogli e l’emergenza della carne sottrae qualcosa all’ordine del visibile. Nessuna invenzione poetica potrà mai dire la tua pelle di panico stellare.
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Ridere ti sguarnisce, ti salva dalla convenzione del lieto fine.
La tua risata è il sesso di ogni ironia del mondo.
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L’amore non è che il modo con cui il corpo capisce che è affollato, sempre più affollato dai fiumi, dalle pietre, dalle stelle.
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Non trovo niente di più erotico e bello che saperti al mondo.
La tua presenza mette in discussione ogni riformismo poetico.
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Malgrado le parole infeconde e il mio troppo andare, l’amore è aver risposto di sì alla domanda: sono NOI in questo me?
L’intesa non ha niente del mistero. Al contrario, essa mette insieme tutti i misteri e li fa svanire nel loro contrasto materiale.
La terra, la sintassi dei gemiti, la voglia che sfigura il volto all’altezza del tuo ventre, i riti di passaggio.
Davanti al mio bisogno di più destino, ci saranno sempre delle notti in cui dovrò star sveglio per difendermi dai sogni degli altri.
Forse la morte è solo una storiella che la materia animata racconta all’uomo per farlo star buono sulla soglia. Forse, stilla dopo stilla, l’assedio finirà, i campi verranno arati e l’acqua dei nostri corpi, per una volta ancòra, sarà figlia della foce e non madre degli argini.
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Si fa l’amore invece di lavorare. Si scopa invece di fare l’amore. Si dorme teneramente abbracciati anziché scopare. Si segna direttamente la pelle anziché scrivere libri sull’amore. Se poi si scrive un libro, lo si brucia, oppure lo si gioca a morra con la vita acerrima.
(Quando morirò, moriranno con me tutti i libri. La mia parola è solo l’annuncio di questa scomparsa e dei milioni di stelle che vi ricadono senza posa).
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Uccidere tutte le parole che restano sulla punta del mio cazzo e vedere la carne del destino moltiplicare gli errori senza farti male.
Poesia tratta da: Roberto Roversi, Le descrizioni in atto (1963-1973), I quaderni de Lo Spartivento, n. 1, Bologna, 1990 (pp. 64-66). Illustrazione: Ilaria Coppola.
TRENTESIMA DESCRIZIONE IN ATTO
I. Vista col cannocchiale la battaglia appariva lenta e pigri i combattenti che vi partecipavano. L’azione continuerà – dice il generale – andiamo a colazione. I politici non hanno interesse a cambiare il mondo e le nuove spinte si propagano soltanto in apparenza mentre risucchiano adagio sopra una riva sfasciandosi. Gli artisti, come i politici, non hanno alcun interesse di cambiare il mondo il mondo essendo così pertinente alle loro spalle. I miseri, genericamente i poveri, gli oppressi questi hanno interesse di cambiare il mondo non hanno nulla da rimettere se non la povertà vecchia quando il mondo con dolore si cambia. Eppure una è la verità in questi anni sessanta, ogni qualvolta i poveri furono chiamati a scannarsi per la guerra di lorsignori puntuali si presentarono giovani con la rosa infilzata sul fucile canzoni sulla bocca e massacrarono da una parte all’altra fino alla conclusione. Perché non considerarlo avanti di cavare squallide illazioni? Dieci disertarono con onore al tempo della grande mattanza, prima della fucilazione un soldato pisciò contro il muro per un intero mattino morì sorridendo maledicendo questa povera Italia. Chi dice la verità sarà impiccato.
II. Un paracadutista americano della 101 brigata preme la canna del suo mitra contro la testa d’una anziana donna sud-vietnamita durante un interrogatorio condotto da un poliziotto del regime di Saigon. Ci sono i mercanti i galantuomini (per così dire) i ruffiani i ribaldi ci sono i cambiavalute altri che non si possono neppure nominare – tutti in un mazzo – ci sono quelli che si toccano e gli altri sconosciuti anche povere donne ci sono qualche ragazzo piuttosto triste (ingrugnato) molti che muoiono di fame letteralmente. Poi: teste tagliate su picche picche con teste tagliate e su tutte le picche povere teste sporche di sangue, legionari in posa, inchieste televisive un documentario un certo X… che ha incasinato tutto, questo piccolo mistagogo. PARLIAMO DI RIVOLUZIONE parliamo di rivoluzione davanti a un bel fuoco di legna – della classe operaia integrata? – della Russia che si è seduta? – ascoltiamo cantare il dissenso a un milione per sera – acquistiamo, perché si vende, il ritratto del Che a cento lire edito da Feltrinelli che è l’editore dell’america latina come sappiamo: questa copia l’attaccheremo nel bovindo o in un salotto sopra le poltrone. Ormai le differenze fra uomo e uomo sono impercettibili uno ha fame perché non mangia l’altro perché vuole dimagrire. Cappelli uguali e barba sguardi occhiali inflessioni dialettali omologhe solo qualche bomba in più che cade con discrezione. PRINCIPIA ETHICA ricerca generale su ciò che è bene. La rivoluzione deve rifare l’uomo dalle budella solo allora in chissà quale lontano futuro dopo aver attraversato a nuoto i sette fiumi delle fiabe potremo avere un nuovo amore.