Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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[ aggiornamento: nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026. ]

Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Parole non povere. Osservare il bosco. Rinvenire.

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[ Frammenti confluiti in: Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle (Ab imis, 2026). Fotografia: Joel Peter Witkin (& son), Albuquerque, 1988. ]

Si dice che le leggi siano fatte per essere violate, ma una volta infrante devono restare infrante. Nessuna dialettica può irretire la smodatezza del desiderio la cui anarchia è una continua seminagione.

Osservare il bosco per capire ciò che continua a inalberarsi in noi senza darci alcun frutto. Imparare dalle cortecce, dai nidi. Ascoltare gli alberi per individuare i rami secchi del nostro discorso.

Il cosmo si autogoverna? La critica si limita forse a recuperarne l’animazione?
I corpi di ogni pensiero emergono dalla continua affermazione del movimento e appartengono al Medesimo. Gli infiniti cozzi tra la materia sono frutto del disegno che verrà. Niente è scritto. Tutto resta leggibile nella compresenza dei possibili.
Anarchia non è escogitare, bensì rinvenire, riportare alla luce.

Interviene tuttavia un problema essenziale, ineludibile, vale a dire quello della trasmissibilità, della comunicabilità di una data idea; potremmo dire: dell’espansività di una specifica concezione appena sgrossata teoricamente. In altre parole, occorre affrontare la questione dell’esempio, ossia la praticabilità di quell’idea, di quell’emergenza teorica che non vuole restare ideale, la quale, proprio per questo, non può risolversi in una semplificazione didascalica o in un elenco di casi auspicabili, ma deve trovare una sua agibilità nel movimento delle potenze viventi che vanno accogliendola.

Lo spazio è legato al respiro della materia. Più entra aria dentro le cose e più la loro conoscenza (la loro vivibilità) si allarga.
La determinazione deve seguire la definizione, e la definizione deve affinarsi attraverso il movimento determinante.
La più ampia determinazione si ha con la massima autonomia possibile di ogni unicità vivente che resti aperta verso l’Altro. Una tale determinazione – la si chiami compiutezza o anarchia gentile – si sviluppa soltanto in una com-unicità costruita, consapevole, dirimente.

La poesia passa accanto a noi, animali ormai nudi, malfermi, e non si cura neanche più di ferirci. Il tempo fugge. Le cicatrici vengono dimenticate. La poesia ci passa accanto e lascia un velo di disincanto sulle nostre paure senza più volto.

In un mondo in cui si vende qualsiasi cosa, il gratuito è la singolarità in movimento che spazza via ogni valorizzazione.
L’esistente emerge allora dalla consapevolezza di cui si dotano i nostri occhi e le nostre mani nell’afferrare visioni e consistenze al di qua di ogni partito preso del senso.
Contro chi organizza la guerra dei valori per sottrarci la possibilità d’allungare le mani su tutto il possibile, noi scateniamo la nostra prensilità su ogni oggetto dell’esperienza e ne facciamo un’opportunità per una condivisione senza prezzo e senza padroni.
Compagni nell’affermazione (e dell’affermazione), allarghiamo il territorio dove le astrazioni non inibiscono più il congiungimento tra singolare e universale. In parole non povere: bisogna uccidere l’Essere che si rivela rigidità dinanzi a tutti i possibili e concedere lo spazio dell’amicizia alle nostre stesse contraddizioni. Ogni risoluzione di queste contraddizioni saprà poi essere la levatrice dell’autonomia che infonde un contenuto concreto alla singolarità.

La sovversione è la breccia che ci libera da ogni vincolo negativo per rovesciare le contraddizioni di un infinito impalpabile nella concretezza materiale di un finito beante. La sovversione è l’esperienza poetica che sormonta l’autocoscienza hegeliana facendone letame per il compostaggio di ogni negazione.
D’altronde, a ogni claudicanza dell’oggetto, in ogni guerra con gli oggetti esteriori che ci vengono imposti o insegnati, s’impone un impulso a rimuovere la polvere tra volontà e desiderio. In parole non povere (ancora una volta), se il valore muta il distruttivo in distrattivo, la lotta ricomincia come affermazione di tutte quelle com-unicità che rendono pietroso il divenire singolare (il mio, il tuo, il nostro) intorno ai moti affettuosi con cui l’Essere e il Nulla vengono rimossi criticamente e gioiosamente in favore dell’amicizia. Il distrattivo diventa allora estrattivo. Il pensiero amoreggia. E si scavano di comune accordo dei lunghi canali d’irrigazione, e non più delle stupide trincee in cui rinserrare il proprio Io.

Laureana Cilento, primavera-estate 2025 (continua – 2).

I nomi dell’amore non possono più tradirmi

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Malgrado la provvisorietà di ogni desiderio, il tuo esserci continua a scrivere in me ciò che la morte ancora non riesce a leggere.

Tra le pieghe del possibile, cerco una donna che mi conduca fino alla morte di tutte le parole: un amore che non si chiami più amore; una trasparenza che tenga in scacco ogni perversione della luce.

Il tuo pensiero più nudo mi fa sentire come un querceto che invochi il fulmine al cospetto dell’alba.

Se la dimora è l’abito, la soglia non può che essere il denudamento di ogni pensiero.

Volevo una donna che mi dicesse: «Hai pensato abbastanza. I nomi dell’amore non possono più tradirti. Sei finalmente libero».

Inutile il libro quando la parola è priva di sesso.

L’idea del silenzio è solo un modo per credere alla pace di tutte le parole, ma il corpo, almeno allo stato di veglia, non fa che rigettare senza posa ogni piega metafisica che occupi la mente.
Le radici dell’olivo non hanno mai avuto bisogno di una nostra idea della radicalità.

La terra culla i semi e continua ad amarli anche nell’eventuale sbandamento della germinazione. Tu sei la terra. Noi siamo il seme.

 

Laureana Cilento, 12-15 marzo 2026. Foto (dall’alto) di Ton Dirven e Aaron Knight.