Miei cari amici, mie care amiche, è con grande piacere che vengo a regalarvi una mia nuova opera, Il corpo esteso del possibile, la quale, come molte delle precedenti, si presenta in guisa di testo strutturalmente e stilisticamente ibrido, a metà tra poesia, scrittura aforistica e tenzone filosofica.
Aperto da un esergo con citazioni di Spinoza e dell’anarchico francese Emile Henry, nonché da un «parafulmine» introduttivo che ironizza sul metodo impiegato, il testo si compone di ventuno sezioni e procede per frammenti, versi brevi, riflessioni critiche e improvvise incursioni nel quotidiano.
Il cuore dell’opera è un’interrogazione radicale (la mia ormai consueta questione) sul senso stesso del fare poesia. Mi vado sempre domandando, infatti, se ciò che ancora chiamiamo poesia non abbia ormai detto abbastanza e se non sia nuovamente (o finalmente) il caso di mettere in discussione quelle dinamiche poetiche, sovente di carattere letterario, che s’accontentano di rappresentare il mondo (la «fontana di foglie» che rimpiazza l’albero reale…) nell’incapacità di partecipare concretamente alla sua migliore trasformazione.
La mia posizione è sempre la medesima, ed è piuttosto netta: io ricerco e difendo una relazione diretta con le cose; di conseguenza, faccio mio o almeno tento di mettere nero su bianco un «dire in corso» che non si fermi alla mediazione estetizzante. Da qui la diffidenza verso una lingua «inorganica», nata dalla repressione del linguaggio originario dei corpi, e l’ambizione a una omnipoesia che abbracci ogni dettaglio sensibile del nostro segmento di divenire.
Il pensiero, appunto per questo, si rivela qui affettuosamente spinoziano: il corpo, «atto a moltissime cose», è la sede della conoscenza. Da un tale punto di partenza (e di non ritorno), il pericolo maggiore, per chi cerca un senso della vita e della morte, è la stasi, l’attesa, l’accumulazione inerte e inerziale di parole morte.
Il possibile poetico di ogni vivente, per quanto mi riguarda, non è un orizzonte lontano, indistinto o storicizzato, ma un’estensione dell’esperienza quotidiana; qualcosa che ci abita già nel presente, nel corpo, nella nostra presenza autocosciente.
Finiscono dunque per riverberarsi in quest’opera, e non certo a caso, i concetti chiave che hanno caratterizzato il mio pensiero degli ultimi anni: com-unicità, esperienza poetica, sapienza erotica, amicizia verso il limite – limite che non è mai una «terminazione», bensì un «invito latente» a nuovi sconfinamenti, a nuove incarnazioni del saper vivere.
Detto questo, e invitandovi a procurarvi l’eBook a uno dei link elencati sopra (è gratis!), non posso che augurarvi una fertile e critica immersione tra le mie parole.
Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.
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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.
Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]
[ Recensione di Roberto Bellassai, EvarcoNews, 10 luglio 2024. ]
Carmine Mangone, Qui la vita, qui gioisci, postfazione di Anna Coluccino, 2024, Ab imis, 112 pagine, 10 euro.
[ Copertina in cartoncino patinato con plastificazione opaca, interni in carta avorio uso mano da 90 grammi e rilegatura a filo refe. Libro fuori dal circuito commerciale. ]
Le fotografie in prima e quarta di copertina sono di Nella Tarantino.
Per richiedere copie del libro, usate il form della pagina Bookshop, scrivete alla mail mangone.carmine@gmail.com, oppure contattatemi su Telegram. P.S.: aggiungete sempre un contributo minimo di due euro per le spese postali.
Libro acquistabile anche presso:
Libreria Lo Straniero, via Vanchiglia n. 36, TORINO
Libreria Argo Libro, via Mazzini n. 22, AGROPOLI (Salerno)
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[ Estratti dall’opera: ]
Imparare la gioia sottraendosi alla tentazione d’impartirla. La gioia si accoglie, si riconosce, si partecipa. Non la si predica, né la si costringe impunemente dentro un metodo vincolante. Ha a che fare col galleggiamento in pieno sole, non con gli abissi. Ci serve ad accarezzare le asperità della vita, non a smussarle. È il frutto di un’alleanza, di un’amicizia, non di una subordinazione. (…)
Rimbaud scriveva che l’amore va reinventato. Oggi però abbiamo bisogno di un sovrappiù d’impegno, perché va ripensato anche il reinventare, lo stesso desiderio di reinventare. D’altronde, ciò che ancora ci ostiniamo a chiamare amore, preso da solo, isolato cioè dal divenire di un’intelligenza comune, non basta e non può più essere sufficiente, soprattutto oggi, soprattutto nell’epoca della liberalizzazione dei costumi sessuali. Occorre ripensare la potenza dell’eros. Occorre inventare un nuovo genere per l’affetto, una nuova avventura affettuosa contro la stanchezza e la decadenza pornografica dell’amore. Non si tratta però di ricostruire un patetico decoro dei sentimenti o di ricostituire una mitica unità androginica, bensì di riappropriarsi di quell’indecenza che ci farebbe tornare ad essere toccanti, affettuosi, al di qua della trita dialettica legge/trasgressione: un’indecenza da assumere (e da assolvere affettuosamente) facendone l’annientamento tendenziale di tutte le separazioni sociali che ormai ci vogliono subordinati pornograficamente alle nostre paure, al nostro narcisismo, al nostro potere d’acquisto socialmente determinato. (…)
I corpi emergono continuamente dal fondale del possibile come grumi di materia affettiva. Maschio, femmina: sono idee storiche della densità emozionale umana. Il divenire insidia ogni convenzione, ogni regolamentazione degli affetti. L’unicità delle relazioni gioca contro le abitudini di pensiero. Si può fare l’amore con qualsiasi elemento del cosmo. Ogni corpo ha una sua capacità di poesia. Bisogna tentare, farsi tentare. Le paure si fanno da parte a ogni tocco affettuoso. Non tutte le erezioni sono autoritarie. Non tutti i pensieri dell’uomo si rivelano erettili. Ciò che si chiama erotismo, dunque, è un insieme polimorfo di dinamiche amorose. Proprio per questo, occorre liberarsi degli ispessimenti culturali e morali venutisi a stratificare intorno al pensiero erotico. Anzi, per quanto possibile, bisogna liberarsi del pensiero erotico storicizzato in modo da far spazio a una vera e propria sapienza erotica, ossia a un’intelligenza affettuosa, toccante, capace di creare unioni di godimento tra i viventi, vale a dire comunità di scopo e di cuore in cui la finalità (il talento condiviso) sia un godimento che non istituisca dipendenze, subordinazioni, autorità. (…)
Quando pianti un albero o raccogli un cucciolo per strada, il suicidio si allontana, la morte si scansa ancora per un po’, e tu allora puoi darti un modo per ammirare l’albero che cresce, il gatto che ti occupa il divano, le tue rughe sempre più numerose che sorridono al mondo. Si vive per costruire dei momenti in cui la tua stessa morte possa in qualche modo morire senza trascinarti con sé; costruire una morte che impari ad attendere e che non ossessioni le tue attese. Una tale costruzione non è la ricerca di un disamore, di un distacco, né il conseguimento di una fantomatica “pace dei sensi”, bensì la consapevolezza di ciò che si compie andando incontro, ancora e sempre, a ogni età, in ogni gioia e con ogni paura, a tutti i possibili della propria potenza di vivente irripetibile. Io pianto alberi e metto in connessione col mondo una parte della mia potenza. La trasmetto. La restituisco. Assaporo l’intensità che mi giunge dalle risposte che mi dà il mondo e ne faccio un rilancio di vita, anche quando so bene che non potrò mai comprenderle del tutto, anche quando riconosco che le sto già tradendo con una mia nuova interrogazione. La potenza viene dalla storia del mio sangue e dal fatto che io giungo a perdonarlo (a perdonare il Padre, la Madre) senza sentire la necessità di un’espiazione. Questa potenza viene a bussare al mio corpo e mi trova pronto a spogliarmi di ogni risentimento, di ogni morte inutile. Non è mai stato facile, intendiamoci, ma la pratica ostinata di una poesia ancora possibile, insieme all’Altro che riconoscevo e che mi riconosceva, anche se al buio, anche se con l’acqua alla gola, mi ha tolto dall’imbarazzo di asservirmi a un’idea di salvezza pateticamente singolare. La poesia: quest’affetto per il volto effimero della soddisfazione che io dico così malamente e che mi tira per il braccio invitandomi a ridere di ogni mio tentativo di stabilità; questa “cosa” che mette in comune stelle e fango, amore e insurrezione, e che niente potrà mai dire o fare contro la mia voglia di riconoscere una tenerezza persino alle pietre su cui inciampo. (…)
Mi rendo conto che è quasi un anacronismo scrivere di alberi, gioia, affetto. Le parole mancano o raffreddano i corpi. L’umano fallisce sempre più riccamente. La poesia stessa viene intesa dai più come una forma patetica di accumulazione incoerente del senso. Eppure, i fiori della borragine, i polloni indisponenti dell’ulivo, mi vanno ricordando l’adiacenza dell’essenziale che andrebbe ancora detto e di tutti quei corpi che riescono pur sempre a fiorire nonostante la rabbia di una terra che calpestiamo senza rispetto. (…)
Senza la tenerezza, non è la mia insurrezione, non è il mio amore. (…)
Il mondo non va abbandonato o rianimato. Il mondo va abitato con affetto. I semi hanno sempre e ancora una chance. Nascere è giocare con questa chance, giocare col nulla da cui veniamo. Un dispetto della materia nei confronti dell’eternità. L’energia si addensa lungo una sequenza di stati stupefacente, in parte imprevedibile, a tratti incauta, e la luce d’un corpo emerge improvvisamente dal fondale dell’universo. Ecco. Un gatto randagio compare alla porta. Una sconosciuta ti sorride per strada. La conoscenza imbandisce le sue costellazioni per fare amicizia con la notte. Nulla è vano. Nulla è necessario. Accogliamo o costruiamo concatenamenti per sentirci parte di quel movimento che si prende cura del cosmo facendoci morire insieme alle stelle. Ci teniamo sul bordo di una lacrima. Ci consegniamo a forme di radicamento che non tradiscano la terra. Di giorno, lavoriamo alla morte. Di notte, concediamo una nuova vita alla fiducia e contiamo di non subordinare il risveglio a una qualche stupida vanagloria. L’ignoto ci prende per mano, non alla gola. L’affetto è una nebulosa di stelle bambine. L’ultima parola non esiste. (…)
Non ci si accampa in corpi sfavorevoli. Non si sosta in un corpo troppo isolato. Se il desiderio ti accerchia, elabora una tenerezza che rompa l’assedio. Vi sono affetti che non vanno addomesticati. Vi sono amori da congedare prima che divengano delle truppe d’occupazione. Ci si unisce all’Altro non solo lungo la strada di casa. I territori della vita e della morte vanno affrontati con una buona dose di responsabilità e gentilezza. Nel mondo dell’affetto, la subordinazione non è mai una virtù. Coltivare la compiutezza, non la totalità. Privilegiare gli eventi, non le cose.