Esercizio di accanimento poetico

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I monologhi non hanno mai imbarazzato la morte. È inutile parlare agli uomini che s’impuntano sul proprio Io. Ogni seme si porta dietro un’incauta promessa di transitività. Non spetta soltanto alle radici il corredo delle terre fertili.

La mia voce è la cura degli incastri nel
muro a secco di un verbo che non vuole franare.
In poesia,
bisogna tener fede anche alla parola non data.


Capire, a un certo punto, che lo sviluppo ipertrofico dell’Io si contrappone alla vita, alla semplicità del morire.
Perché la morte è qualcosa di puerile: un sarcasmo della materia, una svista folgorante dell’eterno. Non s’accorda con la durata che imponiamo alla bellezza, alla poesia, a queste protesi temporali di tutti quei corpi che abbiamo ritenuto migliori, memorabili.
La stessa memoria è un anticipo di sepoltura. Rispetto al divenire di tutte le cose, sa essere futile quanto la morte. La sua apparente meccanicità non occulta la posticcia limpidezza di certe risposte. Gli impacci del pensiero sono ridicoli, se non tramano contro gli argini della teoria.

Abbiamo voluto una poesia di pietra,
un’avvenenza di futuro,
una differenza convenevole,
fin quando non ci siamo accorti che il
terzo occhio della Sibilla era solo il
buco del culo dell’eterno.


Contro l’idea della morte: costruire la gioia. Contro l’idealizzazione della gioia: avere sempre una nuova domanda da rivolgere al proprio cuore. Soltanto l’insufficienza della soddisfazione può sfinire il destino.

Ostinarsi a vedere i fili d’erba che spuntano indecorosi tra gli interstizi del già pensato. Concedersi al sogno dei semi, alla presunzione dei fiori, all’alleanza dei frutti. Usare gli avverbi «oltre» e «ovunque» senza mai tradire l’istante. Attraversare ogni discorso sulla poesia come se fosse sempre quello decisivo per metter fine al chiacchiericcio dei servi.

Esercizio di accanimento poetico: lasciar morire tutte quelle parole che hanno importunato o deformato idealisticamente la nostra voglia di vita.
La parola «amore», ad esempio.

La nostra mente continua a usare le parole e i concetti che la dominano. Proprio per questo non bisogna mai smettere di pensare l’insurrezione ancora incarnabile.



Laureana Cilento, 7-8 febbraio 2026. Fotografia: Laura Makabresku.

Isidore Ducasse, “Poesie”, a cura di C. Mangone, Eretica ediz., 2025

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Isidore Ducasse [Conte di Lautréamont], Poesie, a cura di Carmine Mangone, Eretica edizioni, 2025, 168 pp., testo originale in appendice, euro 15.

Per acquistare il libro: < sito dell’Editore > < Amazon >

N.B.: ne ho delle copie in distribuzione anch’io; in caso d’interesse, potete dunque contattarmi su Telegram, oppure tramite il modulo che trovate alla pagina Contatti.

Alcuni estratti dell’opera: < Poesie I > < Poesie II >

[ dalla quarta di copertina: ]

André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.

Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.

Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.

Il centesimo nome

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Resto in ascolto…
L’opacità della parola non rende prevedibili tutte le voci.
Un seme di poesia può attecchire anche tra i discorsi di circostanza.
Le polveri bagnate non sempre sono il sintomo di una banalità imminente.

Nel mondo islamico, i 99 nomi di Dio, o Asmāʾ al-ḥusnā (أسماء الحسنى), ossia i «nomi più belli», i «nomi più eccelsi» di Allah, sono gli attributi divini fondamentali, i quali mettono in luce le qualità e la perfezione di Dio.
Una sorta di rosario, insomma, visto che il Corano esorta alla loro conoscenza e alla loro invocazione in modo da garantirsi delle ricompense spirituali e l’ingresso in paradiso.

Nomi, per sempre nomi. Dall’origine del pensiero simbolico, siamo condannati alla nominazione che scongiura il decadimento, lo smarrimento.

Adamo dà un nome a ogni altro vivente e crede di possederne lo «spirito», invece finisce per essere posseduto dal dominio stesso dei nomi. Proprio per questo, l’umano orbita incessantemente intorno a Dio senza trattenerlo una volta per tutte dentro una denominazione. Ha paura della caduta ultima, inespiabile, e si tiene stretta l’opacità della parola pur bramando senza posa la luce, la trasparenza, il riaffioramento definitivo.

Il centesimo nome è la determinazione di una grazia che io continuo a chiamare poesia.
Un accenno di miracolo.
Una conoscenza appena sufficiente dell’impossibile.
Sprone, soglia, consonanza.
Azione che dice il bello.
Disposizione affettuosa verso le trasformazioni che mi comportano.
Morte sorridente di tutte le parole.

Il centesimo nome è la fine dei numeri, anche.
L’estenuazione del render conto, del racconto.
La follia della luce.
Il narratore che alza una bandiera nera sotto uno zodiaco inutilmente saccheggiato.
Liberazione del cielo.
Liberazione della terra.
Risveglio.

In mattinata, mi è capitato di salvare un geco intirizzito dal freddo di gennaio. Ora, può starsene a sognare nugoli d’insetti dietro un mobile della cucina in attesa della primavera.
Questo salvataggio, quest’accortezza nei confronti del vivente, stacca qualche croce dal mio cuore e mi fa sorridere in faccia al maestrale.

Ospitalità è prendersi cura anche della stanchezza del più piccolo mondo. Il giusto non conosce vuoti. La saggezza è una casa con un gran numero di stanze accoglienti.

Laureana Cilento, 29 gennaio 2026. La foto è mia.