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contro i ruoli sociali, contro il lavoro, contro la scuola, critica della vita quotidiana, la miseria spettacolare, osservatorio situazionista, situazionisti
A mio avviso, bisogna tornare a dire la semplicità dell’evidenza in modo da sovvertire e scacciare la banalità criminale di certi nascondimenti, di certe infiocchettate normalità. Rovesciare quindi l’ovvio rimettendo in piedi un pensiero e uno stile dell’insurrezione, dell’unicità, del comune. Viviamo tempi in cui il semplice è diventato oramai il più difficile. Proprio per questo, occorre ricominciare a potare; a potare dapprima il pensiero, la stratificazione delle teorie – per poi approntarsi con gioia a passare l’erpice della determinazione lungo le vie asfaltate dalla sottomissione. La semplicità, miei cari, soltanto la semplicità del vivente irriducibile ci apre alla sovranità dei gesti e delle passioni! [Carmine Mangone].
1. Contro il lavoro
Sindrome da burnout, orari imposti, mansioni ripetitive, pressione gerarchica, produzione di nocività, rivalità alimentate, meccanizzazione dei gesti, sorveglianza dei ritmi, alienazione del corpo e dello spirito: ecco il vero contenuto del lavoro nella società spettacolare-mercantile. Ciò che oggi viene chiamato «lavoro» non è altro che l’organizzazione metodica della spoliazione. Spoliazione del tempo, del pensiero, dei desideri, delle forme di vita.
Il lavoro non è l’attività umana in quanto tale — ne è la caricatura mutilante. Ogni vera creazione, ogni messa in opera delle facoltà sensibili, ogni forma di libera attività è incompatibile con il lavoro così com’è, ossia: coercitivo, eteronomo, subordinato alla valorizzazione del capitale e alla riproduzione dell’ordine costituito.
Il lavoro non ha nulla a che vedere con l’attività creativa: è l’occupazione imposta agli individui da un mondo che non vuole che pensino, che si amino o che vivano. Distrugge ciò che pretende di sviluppare. Logora i corpi, schiaccia gli spiriti, divide gli uomini. Bisogna por fine non a questo o a quel lavoro, ma alla forma sociale del lavoro stessa, alla sua centralità, alla sua tirannia.
Contro il lavoro, non si tratta di mirare all’ozio, ma di ritrovare il senso di un’attività ludica, autonoma, molteplice — di una prassi che non separi più il fare e il vivere, il produrre e il sognare.
L’emancipazione inizia là dove cessa il lavoro.
2. La colonizzazione della quotidianità
Non c’è più un fuori. Una tale constatazione, annunciata dai situazionisti alla fine degli anni Sessanta, è diventata oggi la nostra esperienza ordinaria. Lo spazio, il tempo, le relazioni umane — tutto è stato invaso, inquadrato, diviso in settori. La quotidianità non è più quel terreno incolto dove si fomenta in silenzio un’altra vita possibile, ma il campo recintato dall’amministrazione mercantile dell’esistenza. Il capitale ha colonizzato i nostri giorni e le nostre notti, i nostri desideri, i nostri ricordi, i nostri gesti più semplici.
Dove c’era vita, ora ci sono interfacce. La mano si protende meno verso un volto e più verso uno schermo. Le conversazioni sono filtrate da algoritmi; i tragitti, guidati; i pensieri, programmati. Ogni istante è diventato un potenziale spazio pubblicitario, ogni passo un dato, ogni emozione un bersaglio.
Il tempo, una volta strutturato dai ritmi umani, viene polverizzato in intervalli controllabili, ottimizzabili, monetizzabili. Il lavoro invade ogni ambito, il tempo libero somiglia a intervalli di consumo e persino il sonno diventa oggetto di prestazione. Il senso d’urgenza è costante, ma non porta a nulla. L’organizzazione spettacolare della quotidianità satura ogni cosa, ma non approfondisce alcunché. Rende il mondo leggibile come un cartellone pubblicitario: visibile, ma vuoto.
«Non è la mancanza d’informazione a far soffrire, ma l’eccesso di spettacolo.»
L’interiorità stessa è invasa. Il linguaggio perde le sue forze poetiche, sostituito da slogan, comandi, hashtag. Si pensa in prima persona soltanto al marketing . Ci si esprime per vendersi, ci si espone per esistere. L’ideologia dominante non viene più veicolata da discorsi espliciti, ma dalle forme di vita stesse: l’architettura, le interfacce, i flussi, le norme implicite, gli oggetti connessi.
Dunque, il nemico non indossa più l’uniforme. Parla attraverso di noi. Assume la voce delle nostre abitudini, delle nostre preferenze, dei nostri automatismi.
Il potere ha lasciato i palazzi per risiedere nei nostri telefoni.
La colonizzazione della quotidianità è la forma contemporanea più compiuta del dominio: non si accontenta più di reprimere, ma modella i gusti, prefigura i comportamenti, programma le reazioni. Rende obsoleta ogni rivolta che non parta da una riappropriazione immediata della sensibilità e del tempo vissuto.
Ma dove tutto è saturo, il minimo silenzio diventa sovversione. Dove tutto è organizzato per evitare l’incontro, una stretta di mano, una parola sincera, un gesto spontaneo, una passeggiata senza meta tornano a essere armi.
3. La scuola dell’addestramento
La si chiama ancora «istruzione pubblica», ma è un abuso di linguaggio. Non si tratta di educare, ma di adattare. Non di far crescere degli esseri, ma di conformarli. La scuola è diventata il primo dispositivo di normalizzazione: seleziona, classifica, orienta, esclude. Prepara al lavoro non coltivando conoscenze, ma inculcando i riflessi della sottomissione: obbedire, attendere, giustificare, tacere.
Non è una scuola del sapere, ma una scuola del comportamento. Ciò che vi viene valutato non è il pensiero, ma la conformità. Non vi s’impara a pensare, ma a ripetere, ad applicare, a fornire le risposte attese. Ogni deviazione viene patologizzata.
L’intelligenza vi è vista con sospetto non appena esce dagli schemi. La creatività vi è tollerata entro margini inoffensivi, sotto sorveglianza pedagogica.
«La scuola è una fabbrica per plasmare persone obbedienti, non un laboratorio per forgiare creatori.»
Chi vi insegna lo avverte, spesso senz’averne coscienza. L’insegnante, assai di sovente, è diventato l’ausiliario dell’assurdo. Intrappolato egli stesso nei meccanismi burocratici, tra programmi mutevoli, direttive contraddittorie, valutazioni numeriche e falsa
benevolenza obbligatoria, trasmette un mondo che non può più mettere in discussione. Insegna contenuti vuoti in forme desuete ad allievi disillusi.
Perché i bambini lo sanno: questa scuola non promette nient’altro che la futura partecipazione a un mondo invivibile. Vengono valutati non per ciò che comprendono, ma per la loro capacità di conformarsi a un sistema che li nega. Li si prepara a una vita senza gioia, in cui dovranno lottare per meritarsi un posto sul nastro trasportatore.
Tuttavia, c’è qualcosa di peggio della noia: la mutilazione. La scuola spezza i gesti, le curiosità spontanee, gli slanci di libertà. Riduce la parola alla recitazione, il movimento all’immobilità, il tempo alla costrizione. Insegna a separare le discipline, a frammentare la realtà, a gerarchizzare conoscenze morte. Prepara alla compartimentazione, alla separazione generalizzata che regna in tutta la società.
Fin dall’infanzia, si viene quindi addestrati a sopportare l’inaccettabile, a interiorizzare la logica del controllo, a vivere contro se stessi.
4. La città come deserto sociale
Un tempo, le città erano fatte di strade, piazze, caffè, panchine, angoli nascosti e casualità. Erano i palcoscenici aperti di una vita comune, a volte conflittuale, ma visibile, vivibile, condivisa. Oggi, la città moderna assomiglia a un circuito stampato: flussi incanalati, zone specializzate, sorveglianza diffusa, consumo obbligatorio. Non c’è più spazio per l’imprevisto, perché l’imprevisto è diventato un rischio, un’anomalia, una minaccia per l’ordine del profitto.
La città contemporanea è un deserto, non perché manchi di edifici, ma perché è priva di incontri reali. Ogni gesto vi è prestabilito, ogni spazio è assegnato a una funzione. Non vi si passeggia più, ci si limita a transitare. Non ci si vive, vi si lavora, vi si consuma, vi si parcheggia. Lo spazio è razionalizzato, suddiviso in quadranti, sterilizzato: le panchine hanno dei braccioli per impedire che ci si dorma, le telecamere sostituiscono gli sguardi, i suoni rimpiazzano le voci.
«La città non muore perché si spopola, ma perché ha perso ogni incanto.»
Il vecchio sogno modernista dell’«urbanismo funzionale» ha partorito un incubo: nella città-macchina, l’uomo è solo un flusso tra i tanti, da ottimizzare, regolare, filtrare. A forza di «decongestionare», hanno svuotato tutto. I centri storici sono diventati scenografie per turisti o vetrine per le classi agiate. La gente, spinta verso le periferie, non ha più un luogo dove apparire, né tantomeno dove ricordare.
Non resta più nulla di ciò che rendeva la città uno spazio politico: il conflitto, l’occupazione spontanea, la parola pubblica, il radicamento carnale. Le piazze sono state trasformate in rotatorie, le stazioni in centri commerciali, i muri in schermi, i ponti in vie a scorrimento veloce. Il potere s’incarna in questa scomparsa: non interdice, ma cancella.
Eppure, è proprio nella città che si percepisce meglio la violenza che la società rivolge contro se stessa. Ogni giardino cementificato, ogni muro eretto contro i senzatetto,
ogni barriera che sostituisca un’apertura dice la stessa cosa: circolate. Circolate, ma non fermatevi. Comprate, ma non parlate. Camminate, ma non radunatevi.
Tuttavia, nella città può rinascere il rifiuto. Laddove i muri sono grigi, i graffiti sovversivi acquisiscono più forza. Laddove tutto è pianificato, la minima deviazione diventa insurrezionale. Laddove tutto è filmato, un gesto di solidarietà diventa una via di fuga. La riconquista della città non passa attraverso progetti di urbanismo partecipativo, ma attraverso l’emergere di forme di vita che vi si dispiegano in contrapposizione alla logica del controllo.
5. La miseria spettacolare
Viviamo in un mondo saturo di immagini, discorsi, intrattenimenti, commenti — eppure, mai la vita è stata vissuta in un modo così povero. Lo spettacolo non ci priva delle informazioni, anzi ne veniamo inondati; ci sottrae però ciò che nessuna immagine potrà mai rappresentare: l’esperienza vissuta, la coscienza condivisa, l’intelligenza sensibile del reale.
La miseria spettacolare non è una mancanza, bensì un accumulo tossico. Troppi segni, troppe narrazioni, troppe voci che non dicono nulla. La menzogna sta meno nei contenuti e più nella forma stessa: il falso movimento perpetuo, la frenesia dell’attualità, la distrazione come modo di esistere. Tutto diventa spettacolo, compresa la sua critica. Tutto è messo in scena, compresa la contestazione.
Ogni rivolta viene immediatamente digerita, mediatizzata, trasformata in merce culturale o in dibattito sterile. Si celebrano lotte cui s’impedisce di nascere. Si vende collera edulcorata sotto forma di serie televisive o t-shirt. Gli slogan vengono ripresi, svuotati del loro mordente, riprodotti in serie su piattaforme sponsorizzate. La storia diventa materia prima per lo storytelling, la politica un’estetica, il pensiero una posa.
«Lo spettacolo non nasconde più la verità, la sostituisce con una costante simulazione.»
La società dello spettacolo non nasconde più i suoi meccanismi: non ne ha bisogno. La manipolazione non è più dissimulata, ma interiorizzata. Gli individui non vengono più ingannati: sanno che tutto è falso, eppure partecipano. È questa la potenza dello spettacolo: non quella d’imporre una credenza, ma quella di produrre una passività lucida. Una società in cui tutti mentono sapendo che tutto il mondo mente.
E la cosa più sinistra è che questo mondo finge di essere gioioso. Trabocca di colori, di musica, di celebrazioni obbligatorie. Lo chiama «vivere insieme», mentre non fa altro che mascherare l’assenza di legami. Parla di diversità, ma impone un’uniformità mentale. Si crede tollerante, ma non tollera nulla che esuli dal suo quadro. Sostituisce il vero con il divertente, il profondo con il condivisibile, lo scorrere del tempo con lo zapping. La noia, il silenzio e l’intensità diventano anomalie.
Resta comunque una risorsa che lo spettacolo non può integrare: il vissuto reale, il non-commerciale, il non-separato. Ogni volta che uno sguardo si protrae, che una parola sfugge alla cornice, che un gesto non obbedisce alla logica del ritorno sull’investimento, qualcosa vacilla. La verità, oggi, non sta più nelle idee nuove, ma nei gesti disinteressati, nelle parole senza pubblico, nel rifiuto non pubblicizzato.
«Non ci si libera mai meglio che col rifiuto di recitare il ruolo che ci viene assegnato.»
Contro la miseria spettacolare, bisogna disintossicarsi. Smettere di riflettersi nell’esposizione, nei commenti, nei clic. Re-imparare a vivere senza pubblico. Riabilitare il segreto, la lentezza, il disimpegno attivo.
Perché non bisogna rendere visibile il mondo, bensì liberare il nostro sguardo.
6. Resistere senza un ruolo
In una società che definisce ogni individuo in base alla sua funzione, al suo posto, al suo ruolo sociale, resistere significa anzitutto rifiutarsi di essere etichettati. Rifiutarsi di recitare i ruoli che ci vengono dati, rifiutarsi di partecipare all’assurda messa in scena di sé stessi come semplici ingranaggi. La resistenza autentica non s’incarna nei ruoli riconosciuti, e neanche nelle figure attese — si manifesta nella diserzione, nell’oblio dei percorsi tracciati, nella creazione di margini invisibili.
Il sistema esige la visibilità: prestazioni sul lavoro, social network, adesione alle norme. La trasparenza totale diventa la nuova forma di alienazione. Ma è nell’invisibilità deliberata, nel sottrarsi silenzioso, nei gesti senza testimoni che s’inventa la vera insubordinazione.
«Resistere, è ritrovare anzitutto la potenza di un gesto fine a se stesso.»
Resistere senza un ruolo significa creare delle sacche di intensità al di fuori degli obblighi, coltivare vite parallele, esperienze che non rientrino nelle casistiche. Significa ritrovare la potenza del gioco senza scopo, dell’attività libera senza controllo. Non è noia o chiusura in se stessi, ma creazione di uno spazio-tempo al di fuori del capitalismo, al di fuori dello spettacolo.
Questo rifiuto non è una fuga, ma un attacco frontale contro la logica dell’integrazione. Non si accontenta di negare, ma costruisce. Costruisce beni comuni, solidarietà invisibili, mondi fragili ma resistenti. Sono queste «falle» nella macchina sociale a portare in sé i germi di una trasformazione.
La resistenza senza ruoli è una tattica che si basa sulla molteplicità, sulla discrezione, sulla libertà. Rifiuta i grandi palcoscenici e i leader, preferendo i circuiti sotterranei, i legami intimi, gli spazi fugaci. Fa della vita stessa un terreno di lotta.
7. Per un’insurrezione sensibile
L’insurrezione non si riduce a una sollevazione politica o a una rivoluzione spettacolare. Ha inizio nella ribellione intima, nel rifiuto radicale dell’alienazione dei sensi, del tempo, del corpo. Prende forma nella riappropriazione della sensibilità, nella riscoperta dello stupore e del comune.
«La meraviglia è l’unico grido che sfugga alla gabbia delle parole vuote.»
Di fronte alla società del controllo, alla dittatura della performance e dello spettacolo, bisogna inventare un’insurrezione sensibile — un’esplosione silenziosa che attraversi il banale e incida sul quotidiano. Questa insurrezione è fatta di gesti che non si lasciano catturare: una parola che neghi il linguaggio morto, uno sguardo che rifiuti lo schermo, un corpo che si esprima al di fuori delle norme.
La meraviglia, troppo spesso relegata nella dimensione dell’infanzia o del folklore, è in realtà un atto politico: è la sospensione del giudizio utilitaristico, la sospensione del cinismo, l’apertura verso l’ignoto. Attraverso la meraviglia, il mondo torna a essere uno spazio vivo.
Observatorie situationniste, 10 luglio 2025. Traduzione: Carmine Mangone. Nella foto, la tomba di Victor Noir al Père-Lachaise, intorno alla quale, nel corso dei decenni, è nata una vera e propria leggenda: molti visitatori, infatti, baciano le labbra della statua o vi strofinano contro i propri organi sessuali credendo che ciò possa portar loro fertilità e amore.




