I nomi dell’amore non possono più tradirmi

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Malgrado la provvisorietà di ogni desiderio, il tuo esserci continua a scrivere in me ciò che la morte ancora non riesce a leggere.

Tra le pieghe del possibile, cerco una donna che mi conduca fino alla morte di tutte le parole: un amore che non si chiami più amore; una trasparenza che tenga in scacco ogni perversione della luce.

Il tuo pensiero più nudo mi fa sentire come un querceto che invochi il fulmine al cospetto dell’alba.

Se la dimora è l’abito, la soglia non può che essere il denudamento di ogni pensiero.

Volevo una donna che mi dicesse: «Hai pensato abbastanza. I nomi dell’amore non possono più tradirti. Sei finalmente libero».

Inutile il libro quando la parola è priva di sesso.

L’idea del silenzio è solo un modo per credere alla pace di tutte le parole, ma il corpo, almeno allo stato di veglia, non fa che rigettare senza posa ogni piega metafisica che occupi la mente.
Le radici dell’olivo non hanno mai avuto bisogno di una nostra idea della radicalità.

La terra culla i semi e continua ad amarli anche nell’eventuale sbandamento della germinazione. Tu sei la terra. Noi siamo il seme.

 

Laureana Cilento, 12-15 marzo 2026. Foto (dall’alto) di Ton Dirven e Aaron Knight.

 

 

 

 

Isidore Ducasse, “Poesie”, a cura di C. Mangone, Eretica ediz., 2025

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Isidore Ducasse [Conte di Lautréamont], Poesie, a cura di Carmine Mangone, Eretica edizioni, 2025, 168 pp., testo originale in appendice, euro 15.

Per acquistare il libro: < sito dell’Editore > < Amazon >

N.B.: ne ho delle copie in distribuzione anch’io; in caso d’interesse, potete dunque contattarmi su Telegram, oppure tramite il modulo che trovate alla pagina Contatti.

Alcuni estratti dell’opera: < Poesie I > < Poesie II >

[ dalla quarta di copertina: ]

André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.

Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.

Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.

Esercizio di accanimento poetico

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I monologhi non hanno mai imbarazzato la morte. È inutile parlare agli uomini che s’impuntano sul proprio Io. Ogni seme si porta dietro un’incauta promessa di transitività. Non spetta soltanto alle radici il corredo delle terre fertili.

La mia voce è la cura degli incastri nel
muro a secco di un verbo che non vuole franare.
In poesia,
bisogna tener fede anche alla parola non data.


Capire, a un certo punto, che lo sviluppo ipertrofico dell’Io si contrappone alla vita, alla semplicità del morire.
Perché la morte è qualcosa di puerile: un sarcasmo della materia, una svista folgorante dell’eterno. Non s’accorda con la durata che imponiamo alla bellezza, alla poesia, a queste protesi temporali di tutti quei corpi che abbiamo ritenuto migliori, memorabili.
La stessa memoria è un anticipo di sepoltura. Rispetto al divenire di tutte le cose, sa essere futile quanto la morte. La sua apparente meccanicità non occulta la posticcia limpidezza di certe risposte. Gli impacci del pensiero sono ridicoli, se non tramano contro gli argini della teoria.

Abbiamo voluto una poesia di pietra,
un’avvenenza di futuro,
una differenza convenevole,
fin quando non ci siamo accorti che il
terzo occhio della Sibilla era solo il
buco del culo dell’eterno.


Contro l’idea della morte: costruire la gioia. Contro l’idealizzazione della gioia: avere sempre una nuova domanda da rivolgere al proprio cuore. Soltanto l’insufficienza della soddisfazione può sfinire il destino.

Ostinarsi a vedere i fili d’erba che spuntano indecorosi tra gli interstizi del già pensato. Concedersi al sogno dei semi, alla presunzione dei fiori, all’alleanza dei frutti. Usare gli avverbi «oltre» e «ovunque» senza mai tradire l’istante. Attraversare ogni discorso sulla poesia come se fosse sempre quello decisivo per metter fine al chiacchiericcio dei servi.

Esercizio di accanimento poetico: lasciar morire tutte quelle parole che hanno importunato o deformato idealisticamente la nostra voglia di vita.
La parola «amore», ad esempio.

La nostra mente continua a usare le parole e i concetti che la dominano. Proprio per questo non bisogna mai smettere di pensare l’insurrezione ancora incarnabile.



Laureana Cilento, 7-8 febbraio 2026. Fotografia: Laura Makabresku.