In memoria di Raoul Vaneigem

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Raoul si è spento il 28 luglio 2026.

Ebbi modo di saggiarne la gentilezza durante un breve scambio via email che avemmo quasi una quindicina di anni fa allorché curai per le edizioni Gwynplaine la pubblicazione di due suoi scritti. Essendo i testi in questione non più reperibili, e in pieno accordo con Orlando Micucci della fu Gwynplaine, trovate qui di seguito i link per scaricarne gratuitamente i PDF che furono mandati in tipografia. Vi aggiungo inoltre qualche altra opera del pensatore belga, nonché una breve nota critico-biografica.

< Nessuno muore davvero, se giunge a coprire i vuoti che non riusciremmo mai a contenere da soli nella nostra lotta contro il definitivo. >

Raoul Vaneigem nasce il 21 marzo 1934 in Belgio, a Lessines, municipalità che dà i natali anche ai surrealisti René Magritte e Louis Scutenaire (a quest’ultimo, Vaneigem dedicherà poi una monografia uscita nel 1991). Si laurea a Bruxelles nel 1956 in letteratura con una tesi su Ducasse, che verrà pubblicata lo stesso anno (Isidore Ducasse et le Comte de Lautréamont dans les Poésies). Nel 1960, il filosofo Henri Lefebvre lo presenta a Guy Debord. Comincia così la sua collaborazione alle attività del gruppo situazionista. I suoi primi testi come membro dell’I.S. appariranno sul n. 6 della rivista Internationale Situationniste (agosto 1961). Seguirà subito dopo il saggio Banalità di base, dove già si possono rintracciare alcuni dei temi che poi confluiranno nel Traité del ’67 (sua opera più nota).

Lo stile di Vaneigem è barocco, fiammeggiante. Una sorta di ibrido tra la migliore tradizione pamphlettistica anarchica, la vis polemica del primo surrealismo e la nettezza di certe formule marxiane. I suoi scritti, pervasi da un tono quasi messianico (sarà per gli studi che il belga ha condotto sulle eresie cristiane e sulla gnosi?), tratteggiano l’essenziale delle dinamiche di assoggettamento mercantili partendo da una prospettiva che coglie e cerca di affinare la ricchezza delle individualità nel tentativo di fondare una pratica per sanare la frattura storica ed esiziale tra le istanze comuni dei viventi e le insopprimibili pulsioni del singolo. 

Soprattutto con Le livre des plaisirs (1979) e Adresse aux vivants sur la mort qui les gouverne et l’opportunité de s’en défaire (1990), Vaneigem si svincola dal consiliarismo originario e (in parte) dalle prospettive di classe per ridefinire una radicalità umana e anticapitalista in grado di sganciarsi dai generali processi di valorizzazione, rintuzzare le dinamiche di morte del capitale onnicomprensivo, riavvicinarsi alla “naturalità” delle passioni e costruire così (la formula è sua) un’Internazionale del genere umano

Nonostante il continuo rimaneggiamento di concetti già sviscerati ampiamente e la presenza di elementi che rasentano l’idealismo – l’ultimo Vaneigem parla ad esempio di una non meglio precisata mutazione del genere umano come superamento antropologico del capitale e delle rivoluzioni storico-sociali fallite –, il pensiero dell’ex situazionista, dimissionario dall’I.S. il 14 novembre 1970, conserva nei decenni successivi i suoi principi libertari e anticapitalisti di fondo, e si mantiene tra le espressioni più rilevanti della critica radicale, presentando peraltro un percorso contiguo e affine a quello di alcuni grandi pensatori rivoluzionari della sua generazione (due nomi su tutti: Jacques Camatte e Giorgio Cesarano).

Muore a Barcellona, in Spagna, a 92 anni, il 28 luglio 2026.

Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.

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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

Download gratuito: < WordPress > < Internet Archive > < Mega > < Scribd > < Mediafire > < raggiungibili con una VPN o Tor Browser: Z-Library | Anna’s Archive >

Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Isidore Ducasse, “Poesie”, a cura di C. Mangone, Eretica ediz., 2025

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Isidore Ducasse [Conte di Lautréamont], Poesie, a cura di Carmine Mangone, Eretica edizioni, 2025, 168 pp., testo originale in appendice, euro 15.

Per acquistare il libro: < sito dell’Editore > < Amazon >

N.B.: ne ho delle copie in distribuzione anch’io; in caso d’interesse, potete dunque contattarmi su Telegram, oppure tramite il modulo che trovate alla pagina Contatti.

Alcuni estratti dell’opera: < Poesie I > < Poesie II >

[ dalla quarta di copertina: ]

André Breton e Guy Debord, tra gli altri, consideravano imprescindibili i due smilzi fascicoli pubblicati da Isidore Ducasse nel 1870 col titolo di Poésies I & II. Il fondatore del surrealismo si era impegnato a ripubblicarne i testi dopo mezzo secolo di oblio. Il teorico situazionista ne aveva invece amplificato gli abbozzi teorici plagiaristi tentando di farli diventare addirittura un metodo rivoluzionario. Basterebbe anche solo questo per sottolineare l’importanza di un’opera sentenziosa, sarcastica e anti-romantica come Poésies; un’opera che ha tentato di fondare una poetica efficace, «assolutamente moderna» (per dirla con Rimbaud), nonché radicalmente contraria a ogni omologazione critico-letteraria.

Isidore Ducasse, figlio di un diplomatico francese di stanza in Uruguay, nasce a Montevideo nel 1846. Mandato a studiare in Francia, cerca (invano) di farsi largo nel mondo della letteratura con due tra le opere più estreme della modernità: I Canti di Maldoror, firmati col celeberrimo pseudonimo Conte di Lautréamont, e Poesie. Morto in circostanze misteriose, e del tutto sconosciuto, a soli ventiquattro anni, diverrà uno dei numi tutelari delle successive avanguardie.

Carmine Mangone, nato a Salerno nel 1967, è agitatore poetico, aforista e critico dei processi sovversivi otto-novecenteschi. In questa medesima collana, ha già tradotto e curato nel 2021: Arthur Rimbaud, Una stagione all’inferno.

Roberto Roversi, “Le descrizioni in atto” [prima e seconda]

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Testi tratti da: Roberto Roversi, Le descrizioni in atto (1963-1973), I quaderni de Lo Spartivento, n. 1, Bologna, 1990 (pp. 5-9).
Si trattava della quarta edizione (la prima ad uscire in volume) di un’opera già tirata al ciclostile tre volte tra il 1969 e il 1985. Le sottolineature di alcuni versi sono dell’autore.

Roberto Roversi (Bologna, 1923-2012) è stato poeta, scrittore, partigiano. Appena ventenne combatté in Piemonte tra le fila della Resistenza. Dal 1948 al 2006 ha gestito a Bologna la Libreria Antiquaria Palmaverde. Insieme a Francesco Leonetti e a Pier Paolo Pasolini fu fondatore della rivista “Officina” (1955-’59). In seguito, per oltre quarant’anni, con cadenza irregolare, ha curato la rivista “Rendiconti”. È stato inoltre paroliere di Lucio Dalla e degli Stadio.

* * *


PRIMA DESCRIZIONE IN ATTO

Ritorneranno i tempi (duri)
piangeranno contro i muri le madri
aspettando il ritorno dei figli.
Questo tempo che ha uomini di così debole fiele.
La presunzione li fa ritenere superbi
grandi (leggere le gazzette)
ma api al miele
corrono ai peccati di sempre
non c’è nulla che li trattenga.
Parole di ammonimento
sono spazzate dal vento via.
Cederemo ancora una volta alla morte.
È fango la volontà di riscatto.
I ramarri escono dalle crepe.
Spezzate statue.
Lacrime nel buio.

Volgendosi intorno egli vede
crede di intendere e sapere
forse qualcosa più di un altro, ma sotto
la razionale immobilità della misura
(dell’ordine apparente)
lo scaltro è in attesa,
il mugolio di quel canto ha il sapore di un tuono;
striscia il topo
sul cornicione di marmo
– poco fa tre ragazzi in fila
si indicavano una donna,
ibrida smorta era al riverbero della colonna.
Nelle case dei poeti questa è l’ora del tè.
Lo scirocco spezza i tegoli e
l’occhio del piccione è succhiato
dallo spiraglio del sole
mentre in pigiama una ragazza magra
si dondola nel vano della finestra
dentro le aiuole delle alpi al lontano
rumore della foresta
– traluce oltre misura il rosso dei capelli,
le efelidi leggere, pule di grano, i
giovani anni sul viso. Intanto in quest’ora
i doganieri indossano la tuta sul lago di Como
mentre un uomo ansima solo, suda
all’ombra del Monviso e
se non corre sarà presto morto
nella sua carne nuda.


SECONDA DESCRIZIONE IN ATTO

I.
Il colore dei sassi fra i binari
di ruggine sfibrata, colorati di stanca
ruggine, il colore è denso di polvere, sporco
di polvere, sporco di pioggia, di lacrime,
il colore biondo dei sassi allineati,
sono sprofondati nella terra, levigati.
L’edera si morde irta le fibre.
Alla televisione Non è mai troppo tardi –
uno squillo la voce belluina, ridente:
questo mondo che tendeva dal profondo
a contemplare (le regole del giorno sono
la luce gialla, la Farben rosso sangue dipinta nel cielo) in Grecia
dunque lavoravano gli schiavi, gli stranieri
lavoravano; non lavoravano i greci,
l’uomo libero mai.

La vecchia col cappello piumato
cerca il suo uomo dalle scarpe di corda, vecchio
“non sarà successo qualcosa?”,
le cassette alla porta all’ingresso,
uno stabilimento di vetro luccica e vibra, vuoto.

“Sie schreiben gegen Deutschland”,
tre studenti partono con la valigia,
una donna anziana stringe le mani al figlio,
“rauchen verboten” e i sassi si rivoltano
tenui nel sussulto del sole
dilagante sopra le vecchie mura.
Questa è la solitudine. È la paura
indefinita, dura,
di restare per sempre conficcati al suolo;
d’essere solo, ignorato ignorante ignoto;
di sbiadire dentro a un’ombra
nel vuoto respiro del tempo, per sempre.

II.
Tenera, tenera, tenera è la notte adesso;
cedere ai neri presentimenti fra i neri
sassi, chiedere aiuto.
I vecchi maestri hanno insegnato a mentire;
a tradire, hanno offerto veleno alla fame.
Spezzavi il pane e morivi. Li vedi
oggi, dentro a questi giorni di pece,
in lizza spingere i giovani agnelli
così teneri e sciocchi, così belli
inutili, così perversi e torbidi,
al macello. Per dispersi sentieri.
Spingerli ai vecchi amori.
Alle spalle giacciono insepolti e
bianchi, ancora bianchi gli scheletri dei soldati.
Ma essi? barattano le noci,
battono le mani, aizzano le cagne.

III.
Cala l’afa della città, sbianca
nella livida sera alle finestre spalancate.
C’è la luce di un aprile precoce
con la voce di uomini che consumano
in una camera l’ultima allegria
prima di notte (forse è tutto un gioco).
Trema un poco egli aspettando ed è solo
come mai in questi ultimi anni.
Rapido il passaggio (come da una strada alla strada)
del dolore che morde alla forza che cede
a se stessa e dà un lume ai pensieri.
C’è un’altra aria in quest’ora di sole
ormai concluso; aspetta un treno
e mentre anche il coraggio (sembra) viene meno
guarda i sassi della stazione gialli neri
e vetrate lontane –
aspettando dopo mesi di tornare
scuoia la volpe dei pensieri
con una amarezza che si rivoltano
in dure staffilate.
Gli gettarono a volte contro tutti i sassi
senza ferirlo.

Passano gli anni, arriveremo noi pure
a dare una voce a questa dura tristezza.