Carmine Mangone, “Il corpo esteso del possibile”, Ab imis, 2026

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Io scrivo nella tua attesa.
Le mie parole sono la fiducia che non ti abbandona.
Ogni interrogazione del mondo mi solleva e ti ricorda.

(…)

La mia voce è la cura degli incastri nel
muro a secco di un verbo che non vuole franare.
In poesia,
bisogna tener fede anche alla parola non data.

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Miei cari amici, mie care amiche, è con grande piacere che vengo a regalarvi una mia nuova opera, Il corpo esteso del possibile, la quale, come molte delle precedenti, si presenta in guisa di testo strutturalmente e stilisticamente ibrido, a metà tra poesia, scrittura aforistica e tenzone filosofica.
Aperto da un esergo con citazioni di Spinoza e dell’anarchico francese Emile Henry, nonché da un «parafulmine» introduttivo che ironizza sul metodo impiegato, il testo si compone di ventuno sezioni e procede per frammenti, versi brevi, riflessioni critiche e improvvise incursioni nel quotidiano.
Il cuore dell’opera è un’interrogazione radicale (la mia ormai consueta questione) sul senso stesso del fare poesia. Mi vado sempre domandando, infatti, se ciò che ancora chiamiamo poesia non abbia ormai detto abbastanza e se non sia nuovamente (o finalmente) il caso di mettere in discussione quelle dinamiche poetiche, sovente di carattere letterario, che s’accontentano di rappresentare il mondo (la «fontana di foglie» che rimpiazza l’albero reale…) nell’incapacità di partecipare concretamente alla sua migliore trasformazione.
La mia posizione è sempre la medesima, ed è piuttosto netta: io ricerco e difendo una relazione diretta con le cose; di conseguenza, faccio mio o almeno tento di mettere nero su bianco un «dire in corso» che non si fermi alla mediazione estetizzante. Da qui la diffidenza verso una lingua «inorganica», nata dalla repressione del linguaggio originario dei corpi, e l’ambizione a una omnipoesia che abbracci ogni dettaglio sensibile del nostro segmento di divenire.
Il pensiero, appunto per questo, si rivela qui affettuosamente spinoziano: il corpo, «atto a moltissime cose», è la sede della conoscenza. Da un tale punto di partenza (e di non ritorno), il pericolo maggiore, per chi cerca un senso della vita e della morte, è la stasi, l’attesa, l’accumulazione inerte e inerziale di parole morte.
Il possibile poetico di ogni vivente, per quanto mi riguarda, non è un orizzonte lontano, indistinto o storicizzato, ma un’estensione dell’esperienza quotidiana; qualcosa che ci abita già nel presente, nel corpo, nella nostra presenza autocosciente.
Finiscono dunque per riverberarsi in quest’opera, e non certo a caso, i concetti chiave che hanno caratterizzato il mio pensiero degli ultimi anni: com-unicità, esperienza poetica, sapienza erotica, amicizia verso il limite – limite che non è mai una «terminazione», bensì un «invito latente» a nuovi sconfinamenti, a nuove incarnazioni del saper vivere.
Detto questo, e invitandovi a procurarvi l’eBook a uno dei link elencati sopra (è gratis!), non posso che augurarvi una fertile e critica immersione tra le mie parole.

Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.

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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Alla morte delle parole, la convinzione dell’alba entrerà nel libro

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Testo proveniente da: Carmine Mangone, Il corpo esteso del possibile, Ab imis, 2026. Fotografia (dall’alto in basso): Honey and Prue; Arkadiy Kurta.

 

 

La parola che mi lega a te – dono della responsabilità – è quella parca sovversione che blandisce il vero nella dismisuranza di una prossimità sempre più lucidamente terrena.

Mi armo della presunzione che l’ultima parola del mio corpo non sia necessariamente la definitiva, la mortale, ma tutt’al più, in un orgoglio assai intempestivo, quella della prossima evenienza, del prossimo invito.

Il presente non porta con sé il rifiuto della parola, la denegazione del parlare, dello scrivere; eppure:
il libro fallisce,
l’oasi resta una parentesi,
l’amplesso col reale ci incomoda senza posa.

Strappare la pagina scritta e tornare a esser preda del possibile, del deserto sorridente, della sconfitta laboriosa.

State attenti alla pagina bianca – ci dicevano –, essa nasconde i futuri labirinti, gli occhi fiammeggianti del Minotauro. Non date retta al biancore che circonda le sue pupille. Abbandonate la Sibilla. Ordite una fiducia che non abbia alcuna veggenza da patire. Chiudete gli occhi. Abbracciate la notte solidale e indecidibile.

In ogni corpo da leggere, c’è ancora e sempre tutto un passato da scrivere.

Se il poeta sapesse cogliere la differenza tra sé e la sua idea di poesia, sarebbe un saggio, non un poeta.
La differenza è la morte felice del passato, la stella prematura del risveglio, l’intangibile lucore al centro stesso della mia fame di destino sempre più indecorosa.

Ogni affanno della poesia è una nota a piè di pagina dove il nostro corpo comune termina d’inscriversi e di volersi virtuale.
La periferia del senso è la casa del rinnovo, la trepidazione di un nido che non si sente affatto sfiduciato dai reiterati abbandoni del suo tepore.

Alla morte delle parole, la convinzione dell’alba entrerà nel libro.