Apocalisse della vita ordinaria. Manifesto dell’Observatoire situationniste

In evidenza

Tag

, , , , , ,

A mio avviso, bisogna tornare a dire la semplicità dell’evidenza in modo da sovvertire e scacciare la banalità criminale di certi nascondimenti, di certe infiocchettate normalità. Rovesciare quindi l’ovvio rimettendo in piedi un pensiero e uno stile dell’insurrezione, dell’unicità, del comune. Viviamo tempi in cui il semplice è diventato oramai il più difficile. Proprio per questo, occorre ricominciare a potare; a potare dapprima il pensiero, la stratificazione delle teorie – per poi approntarsi con gioia a passare l’erpice della determinazione lungo le vie asfaltate dalla sottomissione. La semplicità, miei cari, soltanto la semplicità del vivente irriducibile ci apre alla sovranità dei gesti e delle passioni! [Carmine Mangone].

 

 

1. Contro il lavoro

Sindrome da burnout, orari imposti, mansioni ripetitive, pressione gerarchica, produzione di nocività, rivalità alimentate, meccanizzazione dei gesti, sorveglianza dei ritmi, alienazione del corpo e dello spirito: ecco il vero contenuto del lavoro nella società spettacolare-mercantile. Ciò che oggi viene chiamato «lavoro» non è altro che l’organizzazione metodica della spoliazione. Spoliazione del tempo, del pensiero, dei desideri, delle forme di vita.
Il lavoro non è l’attività umana in quanto tale — ne è la caricatura mutilante. Ogni vera creazione, ogni messa in opera delle facoltà sensibili, ogni forma di libera attività è incompatibile con il lavoro così com’è, ossia: coercitivo, eteronomo, subordinato alla valorizzazione del capitale e alla riproduzione dell’ordine costituito.
Il lavoro non ha nulla a che vedere con l’attività creativa: è l’occupazione imposta agli individui da un mondo che non vuole che pensino, che si amino o che vivano. Distrugge ciò che pretende di sviluppare. Logora i corpi, schiaccia gli spiriti, divide gli uomini. Bisogna por fine non a questo o a quel lavoro, ma alla forma sociale del lavoro stessa, alla sua centralità, alla sua tirannia.
Contro il lavoro, non si tratta di mirare all’ozio, ma di ritrovare il senso di un’attività ludica, autonoma, molteplice — di una prassi che non separi più il fare e il vivere, il produrre e il sognare.
L’emancipazione inizia là dove cessa il lavoro.

 

2. La colonizzazione della quotidianità

Non c’è più un fuori. Una tale constatazione, annunciata dai situazionisti alla fine degli anni Sessanta, è diventata oggi la nostra esperienza ordinaria. Lo spazio, il tempo, le relazioni umane — tutto è stato invaso, inquadrato, diviso in settori. La quotidianità non è più quel terreno incolto dove si fomenta in silenzio un’altra vita possibile, ma il campo recintato dall’amministrazione mercantile dell’esistenza. Il capitale ha colonizzato i nostri giorni e le nostre notti, i nostri desideri, i nostri ricordi, i nostri gesti più semplici.
Dove c’era vita, ora ci sono interfacce. La mano si protende meno verso un volto e più verso uno schermo. Le conversazioni sono filtrate da algoritmi; i tragitti, guidati; i pensieri, programmati. Ogni istante è diventato un potenziale spazio pubblicitario, ogni passo un dato, ogni emozione un bersaglio.
Il tempo, una volta strutturato dai ritmi umani, viene polverizzato in intervalli controllabili, ottimizzabili, monetizzabili. Il lavoro invade ogni ambito, il tempo libero somiglia a intervalli di consumo e persino il sonno diventa oggetto di prestazione. Il senso d’urgenza è costante, ma non porta a nulla. L’organizzazione spettacolare della quotidianità satura ogni cosa, ma non approfondisce alcunché. Rende il mondo leggibile come un cartellone pubblicitario: visibile, ma vuoto.
«Non è la mancanza d’informazione a far soffrire, ma l’eccesso di spettacolo.»
L’interiorità stessa è invasa. Il linguaggio perde le sue forze poetiche, sostituito da slogan, comandi, hashtag. Si pensa in prima persona soltanto al marketing . Ci si esprime per vendersi, ci si espone per esistere. L’ideologia dominante non viene più veicolata da discorsi espliciti, ma dalle forme di vita stesse: l’architettura, le interfacce, i flussi, le norme implicite, gli oggetti connessi.
Dunque, il nemico non indossa più l’uniforme. Parla attraverso di noi. Assume la voce delle nostre abitudini, delle nostre preferenze, dei nostri automatismi.
Il potere ha lasciato i palazzi per risiedere nei nostri telefoni.
La colonizzazione della quotidianità è la forma contemporanea più compiuta del dominio: non si accontenta più di reprimere, ma modella i gusti, prefigura i comportamenti, programma le reazioni. Rende obsoleta ogni rivolta che non parta da una riappropriazione immediata della sensibilità e del tempo vissuto.
Ma dove tutto è saturo, il minimo silenzio diventa sovversione. Dove tutto è organizzato per evitare l’incontro, una stretta di mano, una parola sincera, un gesto spontaneo, una passeggiata senza meta tornano a essere armi.

 

3. La scuola dell’addestramento

La si chiama ancora «istruzione pubblica», ma è un abuso di linguaggio. Non si tratta di educare, ma di adattare. Non di far crescere degli esseri, ma di conformarli. La scuola è diventata il primo dispositivo di normalizzazione: seleziona, classifica, orienta, esclude. Prepara al lavoro non coltivando conoscenze, ma inculcando i riflessi della sottomissione: obbedire, attendere, giustificare, tacere.
Non è una scuola del sapere, ma una scuola del comportamento. Ciò che vi viene valutato non è il pensiero, ma la conformità. Non vi s’impara a pensare, ma a ripetere, ad applicare, a fornire le risposte attese. Ogni deviazione viene patologizzata.
L’intelligenza vi è vista con sospetto non appena esce dagli schemi. La creatività vi è tollerata entro margini inoffensivi, sotto sorveglianza pedagogica.
«La scuola è una fabbrica per plasmare persone obbedienti, non un laboratorio per forgiare creatori.»
Chi vi insegna lo avverte, spesso senz’averne coscienza. L’insegnante, assai di sovente, è diventato l’ausiliario dell’assurdo. Intrappolato egli stesso nei meccanismi burocratici, tra programmi mutevoli, direttive contraddittorie, valutazioni numeriche e falsa
benevolenza obbligatoria, trasmette un mondo che non può più mettere in discussione. Insegna contenuti vuoti in forme desuete ad allievi disillusi.
Perché i bambini lo sanno: questa scuola non promette nient’altro che la futura partecipazione a un mondo invivibile. Vengono valutati non per ciò che comprendono, ma per la loro capacità di conformarsi a un sistema che li nega. Li si prepara a una vita senza gioia, in cui dovranno lottare per meritarsi un posto sul nastro trasportatore.
Tuttavia, c’è qualcosa di peggio della noia: la mutilazione. La scuola spezza i gesti, le curiosità spontanee, gli slanci di libertà. Riduce la parola alla recitazione, il movimento all’immobilità, il tempo alla costrizione. Insegna a separare le discipline, a frammentare la realtà, a gerarchizzare conoscenze morte. Prepara alla compartimentazione, alla separazione generalizzata che regna in tutta la società.
Fin dall’infanzia, si viene quindi addestrati a sopportare l’inaccettabile, a interiorizzare la logica del controllo, a vivere contro se stessi.

 

4. La città come deserto sociale

Un tempo, le città erano fatte di strade, piazze, caffè, panchine, angoli nascosti e casualità. Erano i palcoscenici aperti di una vita comune, a volte conflittuale, ma visibile, vivibile, condivisa. Oggi, la città moderna assomiglia a un circuito stampato: flussi incanalati, zone specializzate, sorveglianza diffusa, consumo obbligatorio. Non c’è più spazio per l’imprevisto, perché l’imprevisto è diventato un rischio, un’anomalia, una minaccia per l’ordine del profitto.
La città contemporanea è un deserto, non perché manchi di edifici, ma perché è priva di incontri reali. Ogni gesto vi è prestabilito, ogni spazio è assegnato a una funzione. Non vi si passeggia più, ci si limita a transitare. Non ci si vive, vi si lavora, vi si consuma, vi si parcheggia. Lo spazio è razionalizzato, suddiviso in quadranti, sterilizzato: le panchine hanno dei braccioli per impedire che ci si dorma, le telecamere sostituiscono gli sguardi, i suoni rimpiazzano le voci.
«La città non muore perché si spopola, ma perché ha perso ogni incanto.»
Il vecchio sogno modernista dell’«urbanismo funzionale» ha partorito un incubo: nella città-macchina, l’uomo è solo un flusso tra i tanti, da ottimizzare, regolare, filtrare. A forza di «decongestionare», hanno svuotato tutto. I centri storici sono diventati scenografie per turisti o vetrine per le classi agiate. La gente, spinta verso le periferie, non ha più un luogo dove apparire, né tantomeno dove ricordare.
Non resta più nulla di ciò che rendeva la città uno spazio politico: il conflitto, l’occupazione spontanea, la parola pubblica, il radicamento carnale. Le piazze sono state trasformate in rotatorie, le stazioni in centri commerciali, i muri in schermi, i ponti in vie a scorrimento veloce. Il potere s’incarna in questa scomparsa: non interdice, ma cancella.
Eppure, è proprio nella città che si percepisce meglio la violenza che la società rivolge contro se stessa. Ogni giardino cementificato, ogni muro eretto contro i senzatetto,
ogni barriera che sostituisca un’apertura dice la stessa cosa: circolate. Circolate, ma non fermatevi. Comprate, ma non parlate. Camminate, ma non radunatevi.
Tuttavia, nella città può rinascere il rifiuto. Laddove i muri sono grigi, i graffiti sovversivi acquisiscono più forza. Laddove tutto è pianificato, la minima deviazione diventa insurrezionale. Laddove tutto è filmato, un gesto di solidarietà diventa una via di fuga. La riconquista della città non passa attraverso progetti di urbanismo partecipativo, ma attraverso l’emergere di forme di vita che vi si dispiegano in contrapposizione alla logica del controllo.

 

5. La miseria spettacolare

Viviamo in un mondo saturo di immagini, discorsi, intrattenimenti, commenti — eppure, mai la vita è stata vissuta in un modo così povero. Lo spettacolo non ci priva delle informazioni, anzi ne veniamo inondati; ci sottrae però ciò che nessuna immagine potrà mai rappresentare: l’esperienza vissuta, la coscienza condivisa, l’intelligenza sensibile del reale.
La miseria spettacolare non è una mancanza, bensì un accumulo tossico. Troppi segni, troppe narrazioni, troppe voci che non dicono nulla. La menzogna sta meno nei contenuti e più nella forma stessa: il falso movimento perpetuo, la frenesia dell’attualità, la distrazione come modo di esistere. Tutto diventa spettacolo, compresa la sua critica. Tutto è messo in scena, compresa la contestazione.
Ogni rivolta viene immediatamente digerita, mediatizzata, trasformata in merce culturale o in dibattito sterile. Si celebrano lotte cui s’impedisce di nascere. Si vende collera edulcorata sotto forma di serie televisive o t-shirt. Gli slogan vengono ripresi, svuotati del loro mordente, riprodotti in serie su piattaforme sponsorizzate. La storia diventa materia prima per lo storytelling, la politica un’estetica, il pensiero una posa.
«Lo spettacolo non nasconde più la verità, la sostituisce con una costante simulazione.»
La società dello spettacolo non nasconde più i suoi meccanismi: non ne ha bisogno. La manipolazione non è più dissimulata, ma interiorizzata. Gli individui non vengono più ingannati: sanno che tutto è falso, eppure partecipano. È questa la potenza dello spettacolo: non quella d’imporre una credenza, ma quella di produrre una passività lucida. Una società in cui tutti mentono sapendo che tutto il mondo mente.
E la cosa più sinistra è che questo mondo finge di essere gioioso. Trabocca di colori, di musica, di celebrazioni obbligatorie. Lo chiama «vivere insieme», mentre non fa altro che mascherare l’assenza di legami. Parla di diversità, ma impone un’uniformità mentale. Si crede tollerante, ma non tollera nulla che esuli dal suo quadro. Sostituisce il vero con il divertente, il profondo con il condivisibile, lo scorrere del tempo con lo zapping. La noia, il silenzio e l’intensità diventano anomalie.
Resta comunque una risorsa che lo spettacolo non può integrare: il vissuto reale, il non-commerciale, il non-separato. Ogni volta che uno sguardo si protrae, che una parola sfugge alla cornice, che un gesto non obbedisce alla logica del ritorno sull’investimento, qualcosa vacilla. La verità, oggi, non sta più nelle idee nuove, ma nei gesti disinteressati, nelle parole senza pubblico, nel rifiuto non pubblicizzato.
«Non ci si libera mai meglio che col rifiuto di recitare il ruolo che ci viene assegnato.»
Contro la miseria spettacolare, bisogna disintossicarsi. Smettere di riflettersi nell’esposizione, nei commenti, nei clic. Re-imparare a vivere senza pubblico. Riabilitare il segreto, la lentezza, il disimpegno attivo.
Perché non bisogna rendere visibile il mondo, bensì liberare il nostro sguardo.

 

6. Resistere senza un ruolo

In una società che definisce ogni individuo in base alla sua funzione, al suo posto, al suo ruolo sociale, resistere significa anzitutto rifiutarsi di essere etichettati. Rifiutarsi di recitare i ruoli che ci vengono dati, rifiutarsi di partecipare all’assurda messa in scena di sé stessi come semplici ingranaggi. La resistenza autentica non s’incarna nei ruoli riconosciuti, e neanche nelle figure attese — si manifesta nella diserzione, nell’oblio dei percorsi tracciati, nella creazione di margini invisibili.
Il sistema esige la visibilità: prestazioni sul lavoro, social network, adesione alle norme. La trasparenza totale diventa la nuova forma di alienazione. Ma è nell’invisibilità deliberata, nel sottrarsi silenzioso, nei gesti senza testimoni che s’inventa la vera insubordinazione.
«Resistere, è ritrovare anzitutto la potenza di un gesto fine a se stesso.»
Resistere senza un ruolo significa creare delle sacche di intensità al di fuori degli obblighi, coltivare vite parallele, esperienze che non rientrino nelle casistiche. Significa ritrovare la potenza del gioco senza scopo, dell’attività libera senza controllo. Non è noia o chiusura in se stessi, ma creazione di uno spazio-tempo al di fuori del capitalismo, al di fuori dello spettacolo.
Questo rifiuto non è una fuga, ma un attacco frontale contro la logica dell’integrazione. Non si accontenta di negare, ma costruisce. Costruisce beni comuni, solidarietà invisibili, mondi fragili ma resistenti. Sono queste «falle» nella macchina sociale a portare in sé i germi di una trasformazione.
La resistenza senza ruoli è una tattica che si basa sulla molteplicità, sulla discrezione, sulla libertà. Rifiuta i grandi palcoscenici e i leader, preferendo i circuiti sotterranei, i legami intimi, gli spazi fugaci. Fa della vita stessa un terreno di lotta.

 

7. Per un’insurrezione sensibile

L’insurrezione non si riduce a una sollevazione politica o a una rivoluzione spettacolare. Ha inizio nella ribellione intima, nel rifiuto radicale dell’alienazione dei sensi, del tempo, del corpo. Prende forma nella riappropriazione della sensibilità, nella riscoperta dello stupore e del comune.
«La meraviglia è l’unico grido che sfugga alla gabbia delle parole vuote.»
Di fronte alla società del controllo, alla dittatura della performance e dello spettacolo, bisogna inventare un’insurrezione sensibile — un’esplosione silenziosa che attraversi il banale e incida sul quotidiano. Questa insurrezione è fatta di gesti che non si lasciano catturare: una parola che neghi il linguaggio morto, uno sguardo che rifiuti lo schermo, un corpo che si esprima al di fuori delle norme.
La meraviglia, troppo spesso relegata nella dimensione dell’infanzia o del folklore, è in realtà un atto politico: è la sospensione del giudizio utilitaristico, la sospensione del cinismo, l’apertura verso l’ignoto. Attraverso la meraviglia, il mondo torna a essere uno spazio vivo.

 

Observatorie situationniste, 10 luglio 2025. Traduzione: Carmine Mangone. Nella foto, la tomba di Victor Noir al Père-Lachaise, intorno alla quale, nel corso dei decenni, è nata una vera e propria leggenda: molti visitatori, infatti, baciano le labbra della statua o vi strofinano contro i propri organi sessuali credendo che ciò possa portar loro fertilità e amore.

Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

In evidenza

Tag

, , , , , , , , , , , , ,

Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.

* * *

Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

Download gratuito: < WordPress > < Internet Archive > < Mega > < Scribd > < Mediafire > < raggiungibili con una VPN o Tor Browser: Z-Library | Anna’s Archive >

Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Jean-Pierre Voyer, “Perché in un mondo così bello, dove abbondano i campi di concentramento e i missili da crociera, la comunicazione è impossibile?”

Tag

, , , , , , , ,

Si dice che Jean-Pierre Voyer fosse nato nel 1938 a Bolbec, una cittadina situata nel dipartimento della Senna Marittima, e che sia morto in Normandia nel 2019.
Stando a ciò che scrive Isaac Cronin, curatore di una sua antologia di testi apparsa negli Stati Uniti, Voyer è stato tassista, idraulico e programmatore informatico. Non aveva studi universitari alle spalle ed era completamente autodidatta.
Teorico hegelo-situazionista caustico e provocatorio, Voyer è senz’altro uno dei pensatori più originali emersi dal movimento post-68 in Europa; capace di sviluppare per anni una profonda critica dei fallimenti e delle inadeguatezze di Marx e dei situazionisti, cosa che lo ha portato a scontrarsi ben presto con lo stesso Debord.
Autore di sei libri e di numerosi articoli pubblicati in Francia dalle Editions Champ-Libre, dalle Editions de la Nuit e dalle Editions Anonymes, il suo sito contiene praticamente tutti i suoi scritti.
In italiano avevo già tradotto alcuni suoi testi, raccolti in due ebook gratuiti dalla Maldoror Press: Reich Modo d’uso e Marx rovescia Hegel.

* * *

Lo scritto di Jean-Pierre Voyer intitolato Pourquoi dans un monde si beau, où abondent les camps de concentration et les missiles de croisière, la communication est-elle impossible?, è apparso nel n. 1 della rivista “L’Imbécile de Paris” del luglio-agosto 1991, rivista definita “mensuel d’opinions interdit aux journalistes”. Traduzione di Carmine Mangone. Opere (dall’alto in basso) dei situazionisti Constant, Ralph Rumney e Asger Jorn.

Perché in un mondo così bello, dove abbondano i campi di concentramento e i missili da crociera, la comunicazione è impossibile?


La posta in gioco di questo mondo è molto semplice.

Se lo scopo dell’esistenza è soddisfare i famosi bisogni – mangiare, bere, dormire – il tutto accompagnato da alcuni piccoli piaceri accessori come la cultura del signor Langue (l’onore del signor Langue è valutato 500.000 franchi [Jack Lang, ministro della cultura tra gli anni Ottanta e Novanta, il cui cognome si pronuncia in francese come langue; qui si ironizza su uno scandalo riguardante i finanziamenti di una sua campagna elettorale; N.d.T.]), allora ogni cosa del mondo è organizzata in funzione di questo nobile obiettivo; allora la famosa «produzione», questa bestia misteriosa in agguato nel cuore della società, e che sembrerebbe sovrintendere a tutto, ha lo scopo di soddisfare i famosi bisogni, di eliminare la fame e la scarsità nel mondo. Tutto assai semplice, insomma.
In tal caso abbiamo chiaramente ricchi e poveri; ma i ricchi, in realtà, possiedono in quantità maggiore ciò che hanno i poveri. C’è quindi sì un’ingiustizia, ma di minore entità. Ricchi e poveri sono ugualmente liberi, come ci è stato insegnato dalla scuola repubblicana e laica, perché in questo caso la libertà consiste nella libertà di andare e venire. Siamo quindi ben lontani da quell’Antichità e da quell’Ancien Régime tanto detestati, in cui gli schiavi non potevano né viaggiare né cambiare padrone a loro piacimento.
Si può inoltre sperare che, col passare del tempo, i poveri abbiano in quantità maggiore ciò che già possiedono, e che diventino così, a poco a poco, meno poveri. Del resto, i ricchi, come il signor Henry Ford, con la loro incessante attività, non hanno forse permesso ai poveri di avere finalmente delle belle auto nuove?
Tuttavia vi è un piccolo inconveniente. Questa maligna produzione, invece di servire la soddisfazione dei bisogni buoni, non farebbe altro che crearne di cattivi e fittizi. È la famosa società dei consumi. Che produzione cattiva! Che cattivone questo capitalismo! Seguono quindi le litanie della sinistra conviviale. Insomma, si tratta solo d’un peccato veniale a cui la sinistra porrà presto rimedio. È il suo mestiere, in un certo senso. La produzione al servizio dei bisogni: ecco il motto fiero ed esaltante della sinistra saggia e generosa (situazionisti compresi) e in particolare di quell’imbecille di Gorz.
In tal caso, il 1789 ha davvero abolito la schiavitù e il signor Mitterrand è un grande amico dei poveri. Anche il signor Montand, beninteso.

In caso contrario, lo scopo dell’esistenza è la comunicazione e ogni cosa al mondo è fatta per garantire a tutti i costi la comunicazione. (Sottolineo «a tutti i costi» perché i padroni del mondo insistono ogni giorno pesantemente su questo «a tutti i costi». Hanno già dimostrato che non si fermano certo di fronte ad eventi come Auschwitz, Nagasaki o Bhopal.)
In tal caso, la libertà non consiste nella libertà di andare e venire, di bere e mangiare, ma nella libertà di comunicare. Solo chi comunica è libero.
Quindi, ciò che hanno i ricchi non è, in quantità maggiore, ciò che possiedono i poveri. Ciò che hanno i ricchi è ciò che i poveri non hanno e che non avranno mai.
In tal caso, i ricchi sono i padroni e i proprietari della comunicazione. In tal caso, i poveri non sono semplicemente poveri, ma schiavi, perché chi non è libero è schiavo. Bisogna chiamare le cose con il loro nome, soprattutto nell’epoca della birra alla spina in bottiglia e degli speziali rivoluzionari.
Ci sono degli imbecilli che confondono la mobilità con la libertà. Eppure la schiavitù moderna si fonda proprio sulla mobilità degli schiavi; è proprio questo che la distingue dalle altre forme di schiavitù. Questa mobilità è fortemente incoraggiata dai padroni: habeas corpus. Gli schiavi sono come quei cani moderni tenuti a un guinzaglio allungabile: il guinzaglio si srotola, si srotola, fino in Grecia, fino alle Azzorre e ad altri paesi da sogno, ma nel giorno stabilito, all’ora stabilita, lo schiavo è in ufficio, docile. Marx aveva ragione anche su questo punto: la libertà di cui gode lo schiavo nella democrazia commerciale è puramente formale, ovvero, se le parole hanno ancora un significato, è priva di contenuto, poiché il contenuto della libertà è la comunicazione e lo schiavo non ha accesso alla comunicazione. La comunicazione è la sostanza della libertà. La libertà dei commercianti, quanto ad essa, è pienamente sostanziale. Il medesimo genere d’imbecille deplora che lo schiavo-cittadino si comporti più da schiavo e meno da cittadino. Vorrei fare giustizia del presunto individualismo di cui sarebbe vittima la società moderna, tiritera con cui il pensiero positivo ci martella le orecchie, sia per rallegrarsene (quello stronzo di Lipovetsky) sia per deplorarlo (gli istitutori socialisti). Insomma, dove sono gli individui? Dove sono gli Alcibiade? Io non vedo altro che volgarità borghese e un pullulare di schiavi lungo le autostrade. Nella libertà del commercio, l’individuo e la comunicazione si trovano faccia a faccia: da un lato la comunicazione mondiale nelle mani dei commercianti, dall’altro l’individuo totalmente deprivato della comunicazione. Come la Canada Dry, questo individuo ha l’aspetto di un individuo, ma non è un individuo. È uno schiavo pacificato. Il nostro mondo non soffre di individualismo, soffre di schiavitù.
Gli ipocriti borghesi obiettano che non può esserci schiavitù perché non esiste più la proprietà della persona. Eppure, se consulto il dizionario Robert alla voce «schiavo», leggo: «Colui che è sotto il potere assoluto di un padrone». Certo, lo schiavo moderno non è sotto il potere di un padrone in carne ed ossa (e non è nemmeno detto!). Gli schiavi moderni non sono schiavizzati da un padrone particolare, ma dalla comunicazione del loro padrone.
L’ingiustizia è dunque la stessa dell’antichità, con un surplus d’ipocrisia e di buonismo. I Romani consideravano la schiavitù un dato di fatto, una conseguenza dello stato di guerra. Per loro la schiavitù non derivava da un contratto, ma da una privazione involontaria della libertà, da una degradazione subita contro la propria volontà.
Con la loro caratteristica ipocrisia, i borghesi ammantati di buone intenzioni pretendono di basarsi sul diritto e storcono la bocca di fronte alla schiavitù fondata sulla forza. Se lo schiavo moderno è proprietario del proprio corpo, non per questo è proprietario della comunicazione. È ben chiaro che l’industria automobilistica non avrebbe conosciuto il boom che ha conosciuto, se gli schiavi non fossero proprietari del proprio corpo. Possono quindi portarlo a spasso, al di fuori, beninteso, dell’orario di lavoro, fin dove le loro quattro ruote possono condurlo. Nel suo gulag, Solženicyn constatava che questo tipo di passeggiata (evidentemente a piedi, in Russia) non ha nulla a che vedere con la libertà, perché, da internato, egli godeva di una libertà analoga non inferiore.
Quegli ipocriti dei borghesi sostengono che il salariato alieni la propria libertà solo in via temporanea, per un periodo limitato. (Sì, lo si sostiene ancora nel 1979, lo fa ad esempio quella cagna sapiente di Barret-Kriegel, ricercatrice al C.N.R.S.). Ma, da una parte, questo salariato, quando il periodo di affitto della sua presunta libertà si conclude, è davvero libero? Pratica forse la comunicazione come la praticano notte e giorno i suoi padroni? No, egli guarda la televisione, si accalca negli ingorghi, nei musei, nei supermercati, sulle piste da sci, sulle spiagge, mentre i più giovani si ubriacano di «tunz tunz».
D’altra parte, il lavoratore è forse libero di non alienare la sua presunta libertà, così come gli opliti dell’Anabasi erano liberi di eleggere e destituire i propri ufficiali? In che cosa consisterebbe una libertà che non si è liberi di non alienare e che si deve necessariamente alienare pena la morte? Che buffonata sinistra! La schiavitù moderna si fonda quindi sulla coercizione, come quella antica, con in più un bel po’ di ipocrisia e tonnellate di buonismo. Rousseau avrebbe scritto: «Queste due parole, schiavitù e diritto, sono contraddittorie». Si capisce meglio perché fosse necessario sopprimere a tutti i costi la prima, cosa che è stata fatta. Ecco perché è importante ricominciare ad usarla.


Contrariamente all’antichità, nella democrazia commerciale le leggi sono le stesse per tutti, padroni e schiavi, ma non hanno lo stesso effetto per chiunque. Esse garantiscono ai commercianti l’accesso alla comunicazione e ne allontanano per sempre gli schiavi. Nella democrazia commerciale, lo schiavo è uno schiavo di diritto.
Nell’antichità, l’opposizione tra ricchezza e povertà non aveva luogo tra padroni e schiavi, bensì tra uomini liberi, tra aristocratici e demagoghi o tra patrizi e plebei. I poveri non erano schiavi e persino alcuni schiavi potevano essere ricchi pur non essendo liberi.
Oggi non ci sono più aristocratici, ma solo demagoghi (bisogna adulare lo schiavo-cittadino) e l’opposizione tra ricchezza e povertà si manifesta tra gli uomini liberi da un lato e gli schiavi dall’altro. Oggi il povero non è solamente povero, è anche schiavo. Su di lui si concentrano dunque quei mali che nell’antichità erano ripartiti.
Le democrazie son sempre state, fino ad oggi, quelle dei proprietari che regnano sugli schiavi. Perché dovrebbe essere diversamente nella democrazia borghese? Nel 1789, in Francia, i borghesi hanno preso quel potere che ancora mancava loro e hanno trascorso i due secoli successivi a mettere a punto lo Stato necessario a un tale potere. Mentre la parola «schiavo» è stata pomposamente soppressa, la parola «proprietario» è passata sotto silenzio in modo discreto. La General Motors e l’IBM non avrebbero più proprietari, a quanto pare, né tanto meno un consiglio di amministrazione. Eppure gli unici ricchi veramente ricchi sono i proprietari del capitale e non gli impiegati superiori, revocabili in qualsiasi momento (eccoli i famosi delegati revocabili in qualsiasi istante tanto cari ai sostenitori della democrazia diretta), i quali esercitano un potere che non possiedono e tremano per il proprio posto. Un manager è uno schiavo che comanda altri schiavi; il management è il comando degli schiavi da parte di altri schiavi. Una pratica del genere era già in uso nelle grandi tenute romane. Certo, ad alcuni manager vengono offerti ponti d’oro, ma lo stesso accadeva ad alcuni gladiatori dell’antichità. Con un po’ di fortuna, potevano addirittura scoparsi l’imperatrice. «Ave, Cesare, i morituri t’inculano.». Se durante il feudalesimo si poteva dire «Nessuna terra senza signore», oggi si può dire «Nessun capitale senza proprietario». Ovviamente non è la farsa del capitalismo popolare a smentire questo adagio. Fin dai tempi di Balzac e Marx, i piccoli redditieri se la son sempre presa nel culo, e ben gli sta. Il colmo dell’inganno sta nel fatto che una parte del finanziamento del grande commercio è garantita dai risparmi degli schiavi.
La democrazia commerciale moderna, che si pretende rappresentativa, è in realtà un’oligarchia dove i commercianti, sotto la copertura di una rappresentanza universale, sono gli unici ad essere rappresentati. La fattura falsa è ancora la migliore scheda elettorale. Anche in un parlamento di istitutori socialisti, come si vede oggi in Francia, soltanto i commercianti vengono rappresentati dal governo.
Una cosa è certa: tanto i padroni quanto gli schiavi sono ugualmente deprivati di comunicazione diretta. I padroni sono dunque privi di umanità come i loro schiavi, e altrettanto privi di qualità individuali. In un certo senso, anche i padroni sono schiavi della comunicazione, ma come lo si è di una femme fatale in un film di Sternberg, e ciò non dev’essere particolarmente spiacevole. Oggi la comunicazione si è allontanata così tanto e così completamente da rendere impossibile ogni comunicazione diretta. I padroni sono soltanto dei preti ispirati dalla comunicazione. Come il pio Senofonte, compiono sacrifici ogni giorno. Ma non ci sono più i banchetti come quelli descritti da Platone e Senofonte.
Riassumerò in poche parole la mia visione del mondo. Gli schiavi sono dei cani. I loro padroni sono dei porci. Ma il mondo è bello. (Almeno nei giorni feriali, perché nulla è più ripugnante del brulicare degli schiavi oziosi, a piedi o in auto). È come se l’avessero messo in scena Stanley Kubrick e Francis Coppola! Per quanto maiali possano essere i padroni presi singolarmente, la divinità alla quale sacrificano è bella e non sono disposti a mettere il mondo a ferro e fuoco per delle sciocchezze utilitaristiche, ma solo per una bellezza fatale. Marx lo aveva capito quando affermava che il denaro non sviluppa alcuna qualità nell’individuo e che, per converso, non ne esige nessuna. Il borghese è l’uomo senza qualità. Il denaro le possiede tutte. Balzac lo ha ampiamente illustrato. Ciò che può fare un commerciante, lo può fare chiunque. Marx aveva anche osservato che lo zelo lavorativo, grazie al denaro, non conosce più limiti, perché il denaro è esaltante, contrariamente alle tristi prediche utilitaristiche dei sinistri. Se bisogna cambiare il mondo, è solo per conoscere qualcosa di più bello e di più esaltante del denaro. I grandi «rivoluzionari» Hitler e Goebbels lo avevano capito bene. Promettevano agli schiavi tedeschi di diventare dèi. Mi rallegro nel veder fallire miseramente, uno dopo l’altro, tutti i tentativi fondati ipocritamente sui precetti utilitaristici, che finiscono sempre per sottomettersi piattamente alle esigenze del commercio. Possiamo finalmente osservare, da quasi dieci anni, cosa combinano questi famosi socialisti. Per fortuna, un bel niente, proprio un bel niente, se non oziare nel lusso e dilungarsi in dolciastre parole consolatorie e in virtuosa indignazione repubblicana. È tutto qui ciò che hanno ottenuto i loro stupidi elettori, ed è senz’altro un male minore. Se i borghesi sono ipocriti, i borghesi «rosa» sono degli ipocriti al quadrato. Per quale motivo questi repubblicani dovrebbero essere meno schiavisti di quelli di Roma? Lo sono altrettanto, ma in più sono ipocriti. Comunque sia, i suddetti socialisti hanno fatto molto per la libertà di commercio e va bene così (in particolare, le imposte sugli utili non distribuiti sono state ridotte al 35%). Questi fanatici dello Stato hanno dovuto annacquare parecchio il loro Château Latour.
Vi sono al mondo due partiti dominanti, quello del commercio e quello dello Stato, e in tutto il mondo il partito dello Stato mantiene un basso profilo. Lo Stato è diventato proprio ciò che Marx diceva che sarebbe diventato: l’ausiliario zelante e l’umile servitore del commercio. L’unico ruolo dello Stato moderno è garantire la libertà del commercio e soltanto la libertà del commercio e quindi, in via accessoria, la libertà dei commercianti. E questa libertà dev’essere garantita sia contro gli eccessi dei commercianti, sia contro le proteste degli schiavi. Lo Stato moderno è la polizia dei commercianti.
Se non stanno attenti, gli schiavi dell’Est finiranno presto per accedere a una schiavitù motorizzata che potranno giudicare di persona. I popoli dell’Est non hanno riconquistato la libertà, come proclama la marmaglia giornalistica (se lo dicono i giornalisti, allora è falso). Hanno ritrovato solamente la libertà di commercio, o, piuttosto, è stata la libertà di commercio a ritrovarli, il che è sempre meglio di niente. Mando a quel paese chi confonde la libertà, che è l’accesso di tutti alla comunicazione, con la libertà di commercio, che è invece l’accesso alla comunicazione riservato ai soli commercianti. Mando a quel paese chi confonde la democrazia con la democrazia commerciale. Sono tuttavia, con Marx, un partigiano della libertà di commercio, poiché solo il suo trionfo incontrastato può porre fondamentalmente la questione della libertà tout court. Oggi, l’IBM ha vinto. In questa nuova guerra di secessione planetaria (l’URSS schiavista non è riuscita a separarsi dal resto dell’umanità commerciale), i sostenitori della schiavitù moderna hanno sconfitto quelli di una schiavitù arcaica travestita da moderna. E ciò che va bene per l’IBM va bene per la libertà, perché oggi è possibile attribuire una causa unica alla sventura. Non c’è più un comodo capro espiatorio. La sventura non è più a Mosca o a Johannesburg, ma è qui, è ovunque. Dappertutto, ormai, regna la libertà secondo l’IBM. Una delle conseguenze non trascurabili della pietosa disfatta di tutti coloro che si richiamavano a Marx, despoti dell’Est o piccoli idioti di sinistra dell’Ovest, è che finalmente potremo leggerlo, cosa che io, da parte mia, ho intrapreso più di trent’anni fa. Ovviamente, non tutti possono leggere Marx. Il signor Peyrefitte non potrà mai farlo.


Ho intrapreso le mie ricerche con l’unico scopo di rispondere alla domanda: perché in un mondo così bello, dove abbondano i campi di concentramento e i missili da crociera, la comunicazione diretta è impossibile? Sono giunto alla conclusione che ciò che impedisce agli uomini di comunicare è la comunicazione stessa (e, ovviamente, non mi riferisco alla «comunicazione» di quello stronzo di Séguéla).
O il mondo è composto da diverse cose giustapposte: la produzione, il consumo, la distribuzione, i mezzi di produzione, il diritto, la cultura, la libertà, la comunicazione. Allora si può benissimo essere impiegati e liberi. Ma l’impossibilità della comunicazione diretta non si spiegherebbe.
Oppure la produzione e il consumo sono apparenze e solo la comunicazione è reale; la comunicazione è l’unica cosa che conta. Così la pensava Hegel e Marx non l’ha capito. In tal caso, non si può essere impiegati e liberi, l’impossibilità della comunicazione diretta si spiega facilmente, il concetto hegeliano di alienazione assume tutto il suo significato, l’infelicità ha un’unica causa. L’infelicità è d’altronde una parola grossa, non è infelice chiunque voglia. In questo mondo, persino l’infelicità è un privilegio negato alla maggioranza. Si dovrebbe parlare piuttosto di ebetudine, perché oggi lo schiavo pacificato non riconosce nemmeno più la propria infelicità. Freud ha scoperto che la nevrosi è causata dall’infelicità che non riesce a raggiungere la coscienza. Del resto, siccome la comunicazione commerciale è anche uno spettacolo della libertà, la schiavitù non si vede. Lo spettacolo della libertà è, al tempo stesso, l’invisibilità della schiavitù. Molti schiavi si credono liberi, alcuni vogliono persino sembrarlo, tipo gli schiavi alla moda. Lo schiavo che sa di essere schiavo conosce almeno la libertà, benché non sia in grado di possederla.