Qui nasce l’eros

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Passo proveniente da: Viviana Leveghi, Carmine Mangone, La materia dell’ulteriore, Delos Digital, 2024. Fotografia: Magdalena Russocka.

 

 

La materia sa trovare un’omeostasi a ogni nostra riduzione, a ogni sua ricombinazione, per cui i corpi si attraggono, le stelle esplodono, gli asteroidi affondano nel corpo dei pianeti, ma niente muore davvero. La morte è soltanto una sfocatura degli addensamenti di senso prodotta all’interno di una prospettiva bassamente temporale. Le particelle sono un immane insieme granulare che non smette di fermentare. E anche se i buchi neri inghiottono ogni senso locale della presenza, abbiamo pur sempre dei buchi bianchi che lo fanno riaffiorare in un’altra configurazione del cosmo.
Si vive, si muore, e ciò accade attraversandoci senza posa, per cui è inutile perdersi in congetture fondate sull’attesa. Occorre godere della chance che abbiamo avuto e far giubilare criticamente la materia che siamo.
Il godimento di sé è l’affiorare smorfioso di un senso dal fondale dell’eternità. Godere di sé significa vivere e morire senza dare alcuna importanza a un evento originario, a un’eventuale causa prima dell’Essere, ma creando una dimestichezza con la successione infinita e inarrestabile degli eventi.
La gioia del divenire non sta nell’accettare passivamente la necessità («devo respirare, devo mangiare, devo sopravvivere»), ma nel trasformarla in un dono della materia, in un’affermazione critica e ironica della presenza («posso respirare, posso mangiare, posso morire»).
L’eternità non va confusa con l’immortalità. Occorre pensarla invece come l’incessante trasformazione del morire, della presenza, in un mutare continuo della trasformazione stessa. L’assetto dell’esistente si trasforma infatti senza fine. Cambiano infinitamente le relazioni tra gli elementi, i posizionamenti tra le particelle che costituiscono la materia, e tali cambiamenti trascinano con sé la ricchezza del possibile, vale a dire l’intensità, l’unicità, i picchi di senso di cui, noi viventi, in quanto sedi eventuali del cambiamento, facciamo esperienza e che rilanciamo poeticamente, senza posa, oltre la nostra morte singolare.

In compagnia delle stelle, anche quando i nostri cieli sembrano morti, l’interrogazione che portiamo, fin nel luogo cavernoso dell’incertezza, ci espone all’azzardo e all’oltranza senza rimedio del possibile. La traduzione del dubbio rimane infinita. Non esiste codice sufficiente. E tuttavia tentiamo, sperimentiamo – in una perdita giocosa di senso – il motivo del desiderio, il moto ondulatorio della definizione, dell’affetto. La risacca della morte non ci dispone al nulla. Anzi, essa ci avvicina ulteriormente alle lusinghe della materia, dei corpi, e tende a farci invadere da un’intera galassia di pretese.
Ma una tale sfida implica la vittoria sulla paura e un approccio poetico in campo aperto – fuori dalle città, lontano dalle convenzioni – andando incontro all’Altro senza brandire una fede, un’ontologia. Io non sono, bensì accado, e accado criticamente in una sfaccettata e molteplice esperienza del senso. Non appartengo all’unità di un essere, bensì alle molteplici faccette (e sfumature) di un’unicità che gode di se stessa e delle altre unicità a partire dal quantum d’universo che la abita e la trascende.

Nella mancanza di parsimonia del divenire, le forze in gioco son talmente tante da rendere impossibile una collocazione definitiva del senso. La costruzione di una continuità tra i picchi di conoscenza può sopperire solo in parte all’impossibilità di un movimento delle cose che sappia essere oggettivamente giudizioso. L’oggettività è un mito, una sfocatura razionale del mondo. Nel sapere, non è dato un oggetto stabile, invariabile, ma solo una concordanza, una consonanza tra diverse unicità. Ciò che si può ancora chiamare verità, è la gioia condivisa di una lettura critica del mondo, nonché l’approssimazione, l’apertura verso un destino comune che fa dell’Altro un mio vero simile. Quest’avvicinamento, questa ricerca di un punto di tangenza con l’Altro, è la modalità principe del mio corpo per dare più potenza – più po(e)tenza – al divenire dell’unicità.
Qui nasce l’eros. Qui nasce lo sgomento e la gioia della materia. Qui s’afferma l’energia panica e senza colpa che trascina con sé ogni dio e ogni mortale.

Carmine Mangone, “Il corpo esteso del possibile”, Ab imis, 2026

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Io scrivo nella tua attesa.
Le mie parole sono la fiducia che non ti abbandona.
Ogni interrogazione del mondo mi solleva e ti ricorda.

(…)

La mia voce è la cura degli incastri nel
muro a secco di un verbo che non vuole franare.
In poesia,
bisogna tener fede anche alla parola non data.

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Miei cari amici, mie care amiche, è con grande piacere che vengo a regalarvi una mia nuova opera, Il corpo esteso del possibile, la quale, come molte delle precedenti, si presenta in guisa di testo strutturalmente e stilisticamente ibrido, a metà tra poesia, scrittura aforistica e tenzone filosofica.
Aperto da un esergo con citazioni di Spinoza e dell’anarchico francese Emile Henry, nonché da un «parafulmine» introduttivo che ironizza sul metodo impiegato, il testo si compone di ventuno sezioni e procede per frammenti, versi brevi, riflessioni critiche e improvvise incursioni nel quotidiano.
Il cuore dell’opera è un’interrogazione radicale (la mia ormai consueta questione) sul senso stesso del fare poesia. Mi vado sempre domandando, infatti, se ciò che ancora chiamiamo poesia non abbia ormai detto abbastanza e se non sia nuovamente (o finalmente) il caso di mettere in discussione quelle dinamiche poetiche, sovente di carattere letterario, che s’accontentano di rappresentare il mondo (la «fontana di foglie» che rimpiazza l’albero reale…) nell’incapacità di partecipare concretamente alla sua migliore trasformazione.
La mia posizione è sempre la medesima, ed è piuttosto netta: io ricerco e difendo una relazione diretta con le cose; di conseguenza, faccio mio o almeno tento di mettere nero su bianco un «dire in corso» che non si fermi alla mediazione estetizzante. Da qui la diffidenza verso una lingua «inorganica», nata dalla repressione del linguaggio originario dei corpi, e l’ambizione a una omnipoesia che abbracci ogni dettaglio sensibile del nostro segmento di divenire.
Il pensiero, appunto per questo, si rivela qui affettuosamente spinoziano: il corpo, «atto a moltissime cose», è la sede della conoscenza. Da un tale punto di partenza (e di non ritorno), il pericolo maggiore, per chi cerca un senso della vita e della morte, è la stasi, l’attesa, l’accumulazione inerte e inerziale di parole morte.
Il possibile poetico di ogni vivente, per quanto mi riguarda, non è un orizzonte lontano, indistinto o storicizzato, ma un’estensione dell’esperienza quotidiana; qualcosa che ci abita già nel presente, nel corpo, nella nostra presenza autocosciente.
Finiscono dunque per riverberarsi in quest’opera, e non certo a caso, i concetti chiave che hanno caratterizzato il mio pensiero degli ultimi anni: com-unicità, esperienza poetica, sapienza erotica, amicizia verso il limite – limite che non è mai una «terminazione», bensì un «invito latente» a nuovi sconfinamenti, a nuove incarnazioni del saper vivere.
Detto questo, e invitandovi a procurarvi l’eBook a uno dei link elencati sopra (è gratis!), non posso che augurarvi una fertile e critica immersione tra le mie parole.

Carmine Mangone, “Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle”, Ab imis, 2026

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Aggiornamenti: 1) nota apparsa su comunicati.eu, 14 maggio 2026; 2) approfondimento di Viviana Leveghi sul blog LLM, 19 maggio 2026.

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Carmine Mangone, Nessuno mai che abbia sentito russare le stelle, prefazione di Viviana Leveghi, postfazione di Filippo Pretolani, Ab imis, 2026, ebook, pagine 129.

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Il libro che scriviamo, qualsiasi libro che potremmo scrivere, sarebbe del tutto inutile, se la parola non costruisse, fuori da ogni libro, un punto di tangenza tra il desiderio di chi legge e la realtà del nostro mondo. (…) Nessun corpo, nessun libro è davvero nostro, essendo parte dell’opera sempre incompiuta e sempre da compiere tra le latenze del giudizio. L’evento resta dunque un’emergenza dell’intesa tra gli elementi che condensiamo in noi accogliendone anche il tremore: una tacca che facciamo lungo quel divenire particolare che denuda il nostro pensiero e la nostra disponibilità. L’amicizia verso l’esistente è l’incrinatura decisiva, il varco che rimane inappropriabile e che nondimeno ci consente di cavalcare le onde e i fulmini che il destino ci getta negli occhi e nel sangue. [Carmine Mangone]

Che sogno è tutto questo?

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Estratto da: Carmine Mangone, Il corpo esteso del possibile, Ab imis, 2026. Fotografia: Oleg Oprisco.

 

 

Quando mi hai dato il culo,
ho pensato ai ladri di fuoco,
a Giorgio Cesarano,
alle notti di novilunio.

 

Nella bancarotta storica del reale, noi parliamo e scriviamo impiegando una lingua inorganica, pingue, inerziale.

Ogni frammento poetico del mondo è sempre una costruzione locale, una formulazione estetica di circostanza. Il mondo non è poetico in sé.

La lingua inorganica dell’umano nasce dalla repressione di quelle dinamiche espressive pre-storiche e pre-linguistiche che dovevano essere totali, naturali, totalmente mortali; essa è pertanto il fungibile (vale a dire il valore) estratto dal linguaggio originario dei corpi, la cui emergenza ha mutato e ammutolito la spontaneità del corporeo stabilendo così la strutturazione, la durata e la convertibilità funzionale dei segni.

 

Aria ferma,
corpi sudati:
solo Dio sente freddo.

 

Se è vero che io posso «leggere» teoricamente il movimento reale, spingendomi fino a postulare una qualche totalità, è altrettanto vero, nella nuda realtà dei fatti, che il movimento reale può benissimo non leggere me.

Il risveglio non arriva mai per caso. L’attesa è sempre un anticipo di morte. L’amore – l’insurrezione – non ha quasi nulla di accidentale.

 

Che sogno è
tutto questo?